La macchina mangia mele

IMG_20170924_132721Con ottobre arrivarono sempre più frequenti le piogge, ed il fumo degli incendi era oramai svanito. P.D. il figlio del capo iniziò a chiamarci sempre più spesso a lavorare alla macchina all’interno del capannone. La macchina non è altro che una sorta di nastro trasportatore dove vengono rovesciate le grosse casse di mele raccolte nei vari meleti e loro iniziano a correre. Prima sott’acqua, poi sotto le spazzole lucidatrici e da qui verso dei vassoi infernali che girano all’impazzata dove davanti stiamo io e gli altri. 

Qui in una frazione di secondo devi: dividere la mela buona da quella cattiva. Capire che tipo di grandezza è la mela che ti ritrovi davanti per poi metterla nella cassetta adatta a lei. La macchina corre sempre troppo veloce e il vassoio s’intasa inesorabilmente e allora devi tirare una leva che lo ferma. Una volta ripulito il vassoio puoi ripartire, tirando nuovamente la leva. E lui riparte fino al prossimo intasamento.

Una volta una ragazza tedesca che lavorava con noi tirò la leva per far ripartire il nastro ed il vassoio, peccato che P.D. che come detto aveva solo due espressioni: o con la felpa o con la canotta, quella volta ne assunse una terza. Infatti un braccio gli rimase incastrato nel nastro. Lui si era nascosto ai nostri occhi con la noncuranza di chi conosce bene il  proprio mestiere a pulire il macchinario fra un sosta e l’altra. La ragazza, ultima arrivata, non pensò a lui. A dire il vero nessuno pensava a lui, anche perché sembrava sapere sempre il fatto suo. Comunque quella volta che era stato quasi inghiottito dal mostro di metallo e gomma, si risolse con un buco nella manica della sua felpa. E così acquistò un’altra espressione appunto, quella della felpa con manica strappata.

Il capannone durante i giorni di pioggia era animato da una fauna variegata e di tutto rispetto. 

C’erano delle lavoratrici stagionali qualificate: due signore sulla sessantina che lavorano insieme da circa 30 anni. Avevano passato gran parte della loro vita a lavorare sempre nella stessa azienda dove confezionavano frutta nella zona di Kelowna. Poi un giorno, dopo decenni di attività, ha chiuso e loro due si sono ritrovate a fare lavori stagionali per cercare di arrivare all’età della pensione.

Le due donne erano incredibili: una rapidità ed un occhio nell’individuare la mela buona, metterla nella giusta scatola, mentre nel frattempo aprivano un nuovo pancale, e buttavano via le mele marce, e svuotavano il cesto delle mele buone per il succo, ed inoltre erano in grado di spiegare come stavano i nipoti e come andavano a scuola e nel tempo libero e chiedere a me come si viveva in Italia ed a O.T. come si viveva in Repubblica Ceca. Mentre avevo in tutto questo lasso di tempo avevo afferrato solo un paio di mele.

Il capo operativo supremo del capannone, colui che faceva si che tutto filasse liscio era Rick. Un canadese-africano, sempre in maglietta maniche corte sia in estate che in inverno. Lui aveva occhi per tutto. Per ogni cassa che entrava ed usciva, per ogni mela che usciva dal nastro. Muovere avanti e indietro il muletto, prendere e spostare scatoloni di tutte le dimensioni, accogliere i negozianti che venivano a comprare frutta e verdura.  Ma sopratutto aveva occhi per noi stagionali in-qualificati, sempre pronti a fare dei casini. 

L’aiutante di campo di Rick era un ragazzino coreano appena uscito dalla scuola che aveva trovato questo lavoro stagionale per alcuni mesi. Il suo compito era controllare l’inscatolamento, spostare e impacchettare sui pancali tutte le scatole di mele che facevamo. Era vestito sempre uguale, jeans e maglietta, con le strisce catarifrangenti gialle sempre addosso e un cappellino da baseball in testa con una visiera pari dove sotto alloggiavano grandi occhiali da vista quadrati. All’inizio non dava molta confidenza, poi quando il capo iniziò a riprenderlo più volte su come doveva fare o non fare le cose lui arrivò da noi a cercare delle spalle con cui parlare. Non portammo a termine nessuna grande discussione e una delle ultime volte concludemmo con un suo invito che trovammo attaccato con un post-it alla porta di casa mentre noi eravamo fuori per la raccolta: ciao ragazzi stasera all’università tal dei tali c’è un incontro di pallavolo…femminile!!! Se volete venire questo è il mio numero. Chen.

Declinammo gentilmente l’invito.

Poi c’era un tipo senza nome che era l’autista del camion della ditta. Un camion proprio americano, col cofano lungo e i tubi di scarico come ciminiere che salivano ai lati delle fiancate. Lui si presentava sempre agli orari più improbabili con la sua sigaretta in bocca e poche parole. Stivali neri da motociclista ai piedi, sempre slacciati e felpa nera col cappuccio sempre tirato sulla testa. Un Hell’s Angels della categoria. Idolo.

O.T. mi aveva messo in guardia, il tempo non passerà mai mi disse e il mal di schiena sarà lancinante. Non gli credevo, pensavo esagerasse.

-Amo raccogliere le mele perché almeno sono libero e non c’è nessuno che interferisce col lavoro. E’ noioso è vero, però almeno sono fuori e non c’è il rumore assordante della macchina – 

Dopo un tempo apparentemente infinto guardo l’orologio al muro oltre il nastro trasportatore per vedere quanto tempo era trascorso dall’inizio del lavoro. Mi accorgo immediatamente che erano passati solamente dieci minuti. Dieci schifosissimi e lunghissimi minuti. Tutti uguali per altro. Impossibile, pensai subito. Invece era tutto vero e io volevo morire almeno un pò.

Cazzo se aveva ragione il navigato O.T. Stavamo in piedi otto ore di fila a fare esattamente  lo stesso movimento meccanico. Chiacchiere poche e quelle poche se le mangiava il rumore. Ben presto rimpiansi il meleto con i suoi vecchi alberi ad ombrello.

In tutto ciò, almeno una volta ogni dure ore, arrivava anche il capo, A.D., in evidente crisi di dipendenza da lavoro manuale. 

Era sempre il primo ad arrivare la mattina e l’ultimo ad andare via la sera. Era in grado di passare dalle fatture del suo ufficio, ad una telefonata con la figlia a Toronto, a scaricare i pancali da un camion col muretto, e poi venirci ad urlare per tutte le mele che secondo lui facevano schifo e andavano tirate via. Ad eccezione delle Ambrosia. Infatti con quest’ultime era molto delicato “non sai quanto mi costano queste, buttale dentro tutte, don’t be too picky”. 

Sarà almeno 50 anni che lavora e proprio di lasciare il lavoro al figlio non ne aveva apparentemente nessuna intenzione. Povero figlio e poveri dipendenti. Specie Rick, che sapeva il fatto suo, ma niente poteva contro le urla del capo. Urla isteriche e quasi mai giustificate dall’inettitudine altrui. Le sue urla erano quelle di colui che voleva controllare qualsiasi cosa che succedeva nella sua azienda. 

continua…

Stefano Elmi

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