Pozzanghere session

Pesca, io e l’Indiano

Iniziamo subito con un passo falso che ci depista o più semplicemente non mi fa capire niente. “Ehi ragazzo stai attento che più avanti c’è la pattuglia e ti può fermare!” mi dice un tipo corpulento dalla testa rotonda chiusa dentro un cappellino di lana. “E allora? Che vuol dire?”.

Mi pare di afferrare fra un grugnito l’altro che in bici col cane a guinzaglio non si può andare. “Gli scoppia il cuore” continua il signore corpulento. “Come ‘gli scoppia il cuore’? Sto andando a passo, pianissimo. Comunque non lo sapevo che non si poteva” “Neanche io” fa un tipo mingherlino che passeggia con l’altro.

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5. Chemin d’Assise: Santa Maria Rossa – Assisi

L’ultimo giorno è sempre l’ultimo giorno. Stanchi, malandati, un po’ tristi e un po’ felici. Il cammino odierno poi non è un granché. E’ fatto di strade secondarie asfaltate sempre avvolte dalla solita nebbia. Alcuni tratti più frequentati dalle auto ed altri senza. Tutto così sino Bastia Umbra dove il cammino ci sorprende per un finale che ne è davvero degno. Scendiamo le scalette di un ponte di ferro e, saltato un piccolo albero caduto, troviamo un sentiero che ci condurrà diretti alla città di Francesco immersi nel verde a fianco di un torrente. E’ un arrivo molto ‘francescano’ che ci fa tornare a respirare a pieni polmoni ed a godere di questi ultimi chilometri.

Fermi a riposarci alla base dell’ultima salita per entrare ad Assisi vediamo un gruppo di persone avvicinarsi lungo la strada. Arrivano da un area camper.
“Scommetti che sono i signori incontrati alcuni giorni fa” dice Martina “Ma dai, non credo proprio” sentenzio con fare indolente.
Con nostro grande stupore, ma più che altro mio, mi accorgo che sono proprio loro. Noto anche che aveva ragione il signore che mi aveva detto “Hai presente Assisi, beh noi siamo lì sotto” ed infatti il parcheggio dal quale saltano fuori risulta essere proprio “lì sotto”. Un indicazione che poteva risultare semplicistica ma che in realtà si è dimostrata più veritiera di altre. Quasi mi vergogno di averla messa in dubbio.

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4. Chemin d’Assise: Castello di Monticelli – Santa Maria Rossa

L’indomani mattina mentre ci prepariamo per uscire ed andare nella famigerata sala gotica ecco che qualcuno bussa alla porta. E’ la colazione. Due signore marocchine ben vestite ci portano dei grandi vassoi stracolmi di cose da mangiare.

Poco prima di metterci gli zaini in spalla viene a salutarci il Professore Tullio, che con estrema lucidità ci parla della storia di questo castello.

“Con la mia famiglia abbiamo impiegato 15 anni per la ristrutturazione completa. Tutta la proprietà è vincolata dalla soprintendenza delle belle arti e del paesaggio. La prima parte del castello fu eretta alla fine del VI secolo, quindi all’epoca dell’Impero Romano d’oriente, per controllare il cosiddetto corridoio bizantino dall’invasione dei Longobardi. Il corridoio altro non era che una striscia di territorio che collegava Roma alla capitale dell’Impero, Ravenna. Successivamente a seguito della vittoria di Carlo Magno contro i Longobardi nel 774 d.c. a Pavia la funzione strategica del castello venne meno. Così negli anni seguenti è diventato prima un monastero benedettino, e nel 1470 divenne residenza estiva di caccia di importanti famiglie aristocratiche di Perugia. Infine la mia famiglia lo ha acquistato e grazie alla ristrutturazione possiamo ospitare sino a 90 persone” e poi con entusiasmo prosegue “Dimenticavo: non so se avete visto ieri sera all’entrata del castello, ma molto probabilmente non ci avete fatto caso perché era buio, ma c’è una cappella dove al suo interno sono stati ritrovati e successivamente restaurati degli affreschi di Meo da Siena, allievo di Giotto”
Su questo dettaglio la bocca di Martina si apre, ma il professore non cede, ha altri impegni per la mattina. Anche dopo averlo, sempre gentilmente, supplicato.

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3. Chemin d’Assise: Moiano – Castello di Monticelli

Partiamo dall’oratorio all’alba avvolti da una luce ancora fioca in un misto di nebbia e pioggia leggera. Colline, strade bianche, casali. Tappa lunga quella odierna coi suoi 33 chilometri. Su e giù per i colli umbri e lungo pianure di fondovalle.

Il primo paese in cui ci imbattiamo è Paciano. Ben curato ma nessuno o quasi in giro. Le uniche anime vive escono dal palazzo del locale municipio. Pesca vomita sotto il loggiato a fianco del bar. Scambiamo alcune chiacchiere con dei turisti del nord Italia venuti qui in vacanza coi loro camper.

“Dove state andando a piedi?”
“Ad Assisi, e contiamo si arrivare per il 31”
“Anche noi saremo ad Assisi per quel giorno. L’hai presente la rocca?”
“Sì”
“Ecco noi siamo lì sotto”
“Ok va bene, lì sotto”

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2. Chemin d’Assise: Chiusi – Moiano

E’ una tappa breve oggi, circa dieci chilometri. Dalla collina dove si trova Chiusi scendiamo verso la pianura, verso Chiusi Scalo che praticamente è il cuore pulsante della cittadina. Qui ci sono supermercati, negozi, la stazione ferroviaria e tutti gli altri servizi che su in collina non hanno ragione d’esistere. Iniziamo a vedere qualche persona in giro. Dopo avere litigato su cosa comprare da mangiare ripartiamo con gli zaini gonfi per trovare il sottopasso pedonale della ferrovia che ci permetterà di ritrovare il segnale arancione del cammino e lasciarci alle spalle questo spicchio di Toscana protesto dentro l’Umbria.

Il corpo inizia ad adattarsi al nuovo corso, almeno così mi sforzo di credere. Spalle, gambe sono ancora doloranti dal giorno precedente. Anche gli sfregamenti vari continuano a dar fastidio ma non importa. Ora abbiamo del cibo con noi ed è la cosa più importante.

Attraversato il sottopasso troviamo subito il cartello che ci avverte che stiamo lasciando la Toscana e stiamo entrando in Umbria. Martina mi scatta una foto anche se il passaggio è molto poco poetico. Il cartello è fra una rotonda ed un’ammucchiata di capannoni alcuni fatiscenti ed altri nuovissimi. Questo tratto è tutto a misura di ‘uomo con automobile’ e per niente di ‘uomo a piedi’. Mi ricorda certi immensi centri commerciali canadesi dove non c’era neanche un posto per appoggiare e legare la bici. Solo auto. Solo uomini con auto.

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1. Chemin d’Assise: Montepulciano-Chiusi

Siamo partiti con un passo falso. La sveglia non ha suonato e la partenza di primissima mattina si è tramutata in una partenza solamente di prima mattina. Questo inconveniente ci ha portato ad iniziare a camminare da Montepulciano intorno a mezzogiorno. Considerato che alle cinque del pomeriggio è già buio pesto, non è stata una grande scelta tattica.

Al primo cartellino arancione attaccato ad un segnale di Stop a bordo strada ci emozioniamo come due novellini. Proprio lo stesso cartellino arancione con la T che abbiamo sotto casa, lo ritroviamo qui a qualche centinaio di chilometri di distanza. A questa prima T ne segue subito un’altra e così via, e dal niente il cammino prende forma.
Subito un pensiero istantaneo mi fa sorridere: sapere che esiste un sentiero proibito alle auto che corre lungo tutti questi chilometri mi riempie di gioia e mi riporta coi piedi per terra su come il mondo in realtà sia piccolo.

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Chemin d’Assise – Cammino di Assisi

Se vi sembran pochi 5 giorni, a me son sembrati lunghissimi. Un dolore così lancinante alle spalle credo di non averlo mai avuto prima, anzi più che un dolore è stata una vera e propria ferita. Come se qualcuno un po’ cattivello mi avesse (e non esagero) fratturato all’unisono entrambe le clavicole. Una ferita talmente dolorosa che sul momento, preso forse da una dose eccessiva di individualismo misto a pena, pensavo di essere l’unico in questo mondo con un dolore del genere che mi impediva persino di stendermi sul letto.

Nei giorni compresi tra la vigilia di Natale e Santo Stefano una perturbazione atlantica carica di piogge e temperature elevate si era abbattuta su casa nostra con una violenza inaudita. Una violenza che voleva cancellare del tutto gli ultimi granelli di neve caduti ad inizio mese. Da qui l’idea di scendere nel sud della Toscana, dove le piogge non imperversavano e il clima mite avrebbe agevolato il nostro improvvisato progetto. Andarci a piedi è stata l’idea successiva. 

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Macerie d’Appennino II

Bang! Cambio di prospettiva così in un istante. E se invece ci fosse tanta gente? Strade piene. Case aperte. Alberghi al completo. Seconde case con finestre aperte, porte aperte, ombrelloni aperti, garage aperti e tutti che se ne stanno all’aperto.

Il secondo capitolo di Macerie d’Appennino è completamente diverso sotto l’aspetto della presenza umana. Sembra incredibile ma in un solo mese nell’arco dell’intero anno la montagna si ripopola.

Vi è una quantità di case aperte, specialmente quelle a bordo strada che mai avevano visto dalle loro porte e finestre entrare luce e attutire quell’umidità assassina ai bordi delle statale. Almeno per una settimana prendono aria, prima di tornare in letargo.

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Macerie d’Appennino

E’ un Appennino desolato quello in cui mi sono imbattuto. Un Appennino secondario, a patto che ci sia un Appennino ‘primario’ in fondo l’Appennino è secondario quasi per definizione. E’ desolato anche nel modo e nella tempistica di cui me ne sono preso cura, infatti fanno sì che scriva queste poche righe ben 2 anni dopo quei due giorni di esplorazione selvaggia letteralmente dietro casa.

Due giorni di ricognizione lungo la Linea Gotica. Due giorni in Appennino: dal Passo della Futa a San Marcello Pistoiese.

La trascuratezza delle strade secondarie va di pari passo con lo spopolamento. Luoghi dove la natura si sta riprendendo ciò che l’uomo si era preso negli anni del benessere. Rifugi chiusi e cadenti. Skilift fuori uso. Case cantoniere fatiscenti. Strade asfaltate piene di buche grandi come crateri. Bar chiusi, botteghe chiuse, case chiuse, alberghi chiusi.

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La ricerca delle radici

Perché ho un cognome italiano? Perché sono nato e vivo in California? Da dove veniva la mia famiglia? Ed io chi sono veramente?

La ricerca delle proprie radici è una questione importante quando si raggiunge una certa età, se poi questa ‘certa’ età è a neanche 30 anni, beh allora qualcosa di sicuro non andrà perduto.

Jabob e Adriana vivono in California nella zona di Los Angeles, dividono l’appartamento con il loro cane Donatello. Jabob è italiano da parte di madre, anche se ha un che di orientale. Infatti ad un certo punto nella storia della sua famiglia qualcuno conosce un signore giapponese, se ne innamora e se lo sposa.

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