Top of the silence highway

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Immaginatevi una strada completamente sterrata che corre lungo un crinale grandissimo e pazzesco. Immaginatevelo grande e lui lo sarà ancora di più. Immaginatevi di poter girare la testa a trecentosessantagradi e non vedere segno alcuno di presenza umana: né una linea elettrica, né un’antenna, né una costruzione. Montagne in lontananza, boschi di abeti che appena sotto di te si estendono a perdita d’occhio, il grande fiume che s’insinua nel verde più assoluto, ed il silenzio più totale.

Macchine pochissime, Ciclisti tre: uno solitario diretto in Argentina e una coppia che invece va a Vancouver. Due autostoppisti che non si capisce in che direzione cerchino il passaggio ma sopratutto da chi. Per il resto solo tu con la tua bicicletta in questa vastità.

Questa è la Top of the World Highway, cento chilometri di silenzio che collegano Dawson City al confine con l’Alaska solo in estate.

Quassù zanzare e orsi stanno a zero, non ci sono laghi o corsi d’acqua e di conseguenza anche loro. Solo caribou, questo è il territorio delle loro migrazioni.

Fino a circa cento anni fa oltre 500.000 caribou migravano da Fairbanks fino a Whitehorse e viceversa. Chi viveva da queste parti li sentiva passare per settimane e settimane lungo la loro via in cerca di cibo. Negli anni il numero si è ridotto drasticamente, fino a 6.000 negli anni ’70, ma negli ultimi venti anni pare che siano incrementati, sino a raggiungere quota 40.000, ma il territorio che battono si è circoscritto notevolmente.

Una volta guadagnati i mille metri di quota non li lasci più. Ci sono solo tre passi che ti portano un po’ più in alto, ma la strada praticamente scorre fra banali sali e scendi. Gli ultimi due passi però arrivano proprio sul finale, quando inizi a pensare che dietro ogni curva troverai il tuo traguardo, ma lui non si fa trovare mai.

C’è una salita lunghissima che va su dritta, in cima si intravede qualcuno con un camper. Non ci sono dubbi è questo il crinale. Tutti mi hanno detto che c’è uno spiazzo in cima, come una sorta di terrazza naturale dalla quale si possono vedere le costruzioni che delimitano il confine. Sì, è per forza questo. E’ infinito salire su. Arrivato alla sommità non si vede niente, la strada scende ripida giù per l’altro lato della montagna ma di cose che sembrino un confine non se ne vedono.

Come il Tenente Drogo alla ricerca della Fortezza Bastiani. Il suo amico: la fortezza è lassù, non la vedi? Drogo: no. Poi arriva lassù e infatti non c’è. Oppure quando chiede al viandante: per la Fortezza Bastiani? E quell’altro: Che fortezza? Appunto: Per il confine? Che confine?

Sono quasi le 7 di sera e la fame si fa sentire, sono indeciso se fermarmi qui per la notte, però qualcosa mi dice di proseguire. Mi butto in discesa, scende troppo e questo mi preoccupa, poi fra un falso piano e l’altro vedo in lontananza, ma proprio in lontananza, una striscia bianca verticale appiccicata al fianco di una montagna.

Primo pensiero: ma guarda dove hanno fatto un’altra strada, proprio sulla vetta. Secondo pensiero: non vedo altre strade oltre a quella, che per caso… Terzo pensiero: uscito da una curva tutti i dubbi si dissolvono, quella sarà la mia strada, rimane ancora lontana e io sono avvolto dallo sconforto più totale.

Quel pezzo di ghiaia attaccato alla montagna che serve per raggiungere il passo finale è  una cosa pazzesca. Sale dritta come non avevo mai visto prima, i tornanti non sono concepiti qui. Sono tutto piegato sul manubrio che quasi ci batto la faccia mentre il ginocchio sinistro urla. Faccio 4,5 km orari, se scendo a 4 cado, praticamente da fermo. Sento ogni singolo sassolino sotto le mie ruote, anche il più insignificante sembra insormontabile. Ma non voglio mettere il piede giù dal pedale, non ora. Resisto e ce la faccio, arrivo in cima ed è una soddisfazione immensa. Poco più sotto le due piccole baracche verdi, il confine. Due dei più vasti stati al mondo che confinano in due casettine minuscole.

Sono le 9 di sera, sistemo la tenda in questa che è una terrazza naturale sull’immensità, talmente immensa che forse non so realizzare. Il silenzio generato dalla completa assenza di vento e di insetti per l’intera giornata ha come amplificato la percezione di questo tutto o questo niente, a seconda dei punti di vista. Non si può scattare una foto, non si può prendere appunti sul taccuino, bisogna solamente stare qui.

Sto seduto avvolto in questo silenzio totale a guardare il mio primo tramonto completo da quando sono da queste parti. Il sole scende dietro le montagne all’orizzonte. Sono le 11e45.

continua…

Stefano Elmi

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