La fabbrica

Seguiamo un piccolo sentiero invaso dalle piante di ogni tipo e giungiamo sull’alveo del torrente Corsonna, il suo scorrere fa un gran rumore, ha piovuto molto nell’ultimo mese.

Siamo in una valle piuttosto stretta a qualche km sopra Barga, poco distanti dalla chiesa di Montebono. In questo punto la sponda del torrente si allarga leggermente, si intravedono dei vecchi terrazzamenti che indicano che fino a qualche decennio fa questi campi erano coltivati. Poi più niente, il sentiero svanisce, sembra che abbiamo già terminato la nostra girata. Non c’è proprio nulla lì intorno, solo lo scorrere dell’acqua del torrente vicino. Però qui tutto ha come l’apparenza di non nascere per caso. Infiliamo dentro un cespuglio di rovi. Fanno male, mi pungo. E d’un tratto come siamo stati circondati, svaniscono, ed eccoci di fronte ad una struttura di pietra non molto grande. La forma è troppo particolare per ipotizzare che sia stato un vecchio mulino o un metato. La sua altezza attuale sarà poco più di due metri, ma i ruderi che stanno dietro indicano che doveva essere alta almeno il doppio, e forse di più col suo camino.

Già per questo rudere apparentemente come tanti nella zona era un altoforno la cui presenza documentata risale al 1500.

Chi mi accompagna è Emilio Lammari, operaio in pensione, che sin da ragazzino ha avuto una grande passione per il suo territorio, e da allora non ha mai finito di perdere il suo entusiasmo e di continuare a stupirsi per le sue ricerche e per le sue scoperte.

Mi sono imbattuto in questa costruzione per puro caso qualche tempo fa. Mi avevano parlato che in quel punto c’era una peschiera (vasche dove una volta venivano conservate le trote vive, in assenza degli odierni congelatori). Appena arrivato ho capito subito che effettivamente la struttura era stata usata come peschiera, però entrando dentro ho notato delle particolarità. Il fondo della struttura era perfettamente circolare e una volta tolta la terra che lo ostruiva ho visto che era ricoperto da uno strato vetrificato, guardando meglio anche altre pietre poste intorno erano vetrificate, ciò mi ha insospettito, ed subito ho pensato che in passato doveva essere stata utilizzata come una sorta di fornace”

Mosso da questa scoperta che piano piano prendeva forma, un giorno frequentando l’archivio di stato a Lucca cercando delle documentazioni, Emilio andò a denunciare alla sovrintendenza la struttura da lui trovata. Dopo qualche tempo arrivarono degli archeologi da Firenze, e una delle ipotesi più plausibili fu che la struttura fosse adibita alla fusione di minerale ferroso.

Emilio mosso ancora una volta dalla sua grande curiosità e dalla voglia di fare chiarezza sulla sua scoperta un giorno si recò all’archivio storico di Firenze, dove trovò esattamente quello che stava cercando. Dopo aver analizzato vari documenti si imbatté in uno datato 1583 che citava:“la fabbrica della ferriera posta nella bandita della Corsonna, sul fiume delle trote […] di Giulio e Jacopo Angeli di Barga”

Esattamente il luogo e la funzione di quel vecchio rudere, che Emilio un giorno, ci si è imbattuto casualmente, o forse no. Analizzando l’antico documento vengono fuori anche altri dati.

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La struttura era un antico altoforno alla bresciana, città in cui erano stati progettati questi tipi di forni in grado di portare la temperatura a 1538 gradi centigradi, ovvero la temperatura di fusione del ferro. Il minerale di ferro che veniva fuso nell’altoforno proveniva dall’Isola d’Elba, che all’epoca era il più grande centro di produzione minerario di tutto il Mediterraneo. Il minerale giungeva via nave sino a Pisa e successivamente coi muli veniva trasportato a Barga. Qui, in paese, vi era una prima lavorazione, dopo di che veniva trasportato, sempre a dorso di mulo, sino alla fabbrica della ferriera posta nella stretta valle della Corsonna in mezzo alle montagne.

Il luogo, che oggi sembra assai scomodo per impiantare una fabbrica, all’epoca era invece ideale. Infatti per alimentare l’altoforno, oltre all’acqua per i mantici idraulici, servivano grandi quantità di carbone, ed i boschi della montagna barghigiana erano una delle zone di maggior produzione della Toscana.

Non devi immaginarti questo luogo così verde” mi spiega Emilio “così tranquillo e trascurato, circondato solo dal suono dello scorrere dell’acqua del torrente come oggi. Questa era una vera e propria fabbrica. Immaginati che questa struttura di pietra era solo una piccola parte della fabbrica, poi qua davanti su questi campi vi erano capannoni di legno dove il minerale fuso veniva colato dagli operai, quasi tutti provenienti da Brescia, e dove assumeva la forma di piccoli panetti. Poi immaginati tutt’intorno dei grandi depositi di carbone. Operai tutti anneriti al lavoro, e tanto rumore. Questa luogo era come una sorta di KME dell’epoca ”

I dati riportati nei documenti dell’archivio di stato fiorentino parlano di circa 68 tonnellate di minerale ferroso che ogni anno proveniva dall’Isola d’Elba a Barga, mentre per la lavorazione nell’altoforno erano necessarie circa 200 tonnellate di carbone.

Ma questa non era l’unica ferriera della zona di Barga” prosegue Emilio “ne esisteva anche un altra a Ponte all’Ania che produceva archibugi per la Repubblica di Lucca” “Ma come? Ma se Barga, trovandosi in territorio fiorentino, era ‘nemica’ di Lucca ?” gli dico “E perché oggi come funziona il commercio di armi?!” aggiunge Emilio “lo vedi che non cambia niente”. Giusto. Che affermazione piuttosto ingenua la mia.

Poco sopra la zona dove si trovano i resti dell’altoforno vi erano con molta probabilità delle officine dove il ferro veniva forgiato per farci degli utensili vari. E fra gli altri, per la qualità del ferro prodotto, questa ferriera lungo il torrente della Corsonna, era una delle poche autorizzate a produrre chiodi destinati alla costruzione delle galee della flotta dello Stato Fiorentino.

E c’è una particolarità, che non ti ho ancora detto. Parlando con un po’ di persone, sai qual’è il nome che i vecchi della montagna hanno sempre usato per indicare questo luogo? La Fabbrica”.

E’ proprio vero che niente è al caso.

Stefano Elmi

scrittimaiali ©

Un pensiero riguardo “La fabbrica

  1. Ho chiesto a mia nonna, nativa di Montebono, se conosceva La Fabbrica. “La conosco si!” mi ha risposto, “ci portavo a pascolare le pecore, nei campi intorno seminavamo e più in là avevamo una stalla per le bestie…ora quei campi devono averli comprati quelli della centrale…”. Sono memorie di vita vissuta in un luogo ora dimenticato. è importante che ci siano persone come Emilio Lammari (e ora sempre più l’autore dell’articolo) che coltivano la memoria di quei luoghi scoprendo storie sconosciute ai più, e persone come Giordano che vogliono tornare a far rivivere quei luoghi, di vita vera.

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