Le ore di buco

La lettera di richiamo arrivò puntuale per posta all’indirizzo di Via Roma. Ad aspettarmi mia madre con la busta in mano.

-Questa viene dagli uffici del comune! Cosa hai combinato ora?! – subito mi chiese con fare indagatorio

Non sapevo. Aprì la busta ed era stata inviata dalla biblioteca, dall’ufficio del rispettabile Professor B.

Merda questo fa sul serio, pensai subito.

-Allora che succede? – incalzò mia madre

Era difficile da spiegare, anzi no, era soltanto lungo.

Nella scuola che frequentavo per circostanze favorevoli e un poco anche fuori luogo avevamo modo di avere due ore libere, mi pare il martedì di ogni settimana. Le due ore erano nel mezzo della mattinata. Così dopo un’ora o due d’italiano, io e il mio fraterno compagno di banco D. ci assentavamo per saltare in ordine: l’ora di religione e l’ora di educazione fisica femminile. Rientravamo così per l’ultima ora che doveva essere di matematica o economia aziendale. Che cosa facevamo in queste due ore? Colazione e poi andavamo in biblioteca.

Io leggevo e non leggevo, o forse non me ne fregava niente. L’isola del tesoro di Stevenson letta in classe tutti insieme alle elementari era ormai un lontano ricordo. Il giro del mondo in ottanta giorni di Verne che qualcuno mi regalò, provocò in me un interesse nella lettura che subito rientrò nel giro di un mese o due.

E così entrambi, presi da una insensata voglia di immergersi nei libri, ogni martedì mattina ci dirigevamo attraversando il paese alla biblioteca comunale. Questo territorio era sotto la giurisdizione del giustissimo Professor B. 

Indubbiamente era un orario piuttosto insolito per due adolescenti aggirarsi fra gli scaffali a quell’ora di mattina. Alle prime volte nessuno ci faceva caso, ma col passare delle settimane gli sguardi dei guardiani si intensificarono. Era chiaro che una domanda sarebbe arrivata da lì a breve.

Una delle solite mattine mentre avevamo incominciato a leggere dieci libri diversi e dopo pochissimo già regolarmente abbandonati fra le pagine due e quattro, decidemmo di andarcene anzitempo. Mentre ci stavamo avvicinando all’uscita il solerte Professor B., già impegnatissimo nel suo inventario, ci degnò di uno sguardo e arrivò inevitabile la domanda:

  • Scusate ma voi ragazzi la mattina non andate a scuola? –

Anche l’aiutante muto e gli altri astanti che passavano di lì per caso si girarono aspettando una risposta. La risposta poteva essere semplice, in fondo non avevo niente da nascondere, ma a me non usciva niente dalla bocca. Il mio unico pensiero era: cazzo il Professor B. ci ha fatto una domanda.

Ero come imbabolato, ma il mio fraterno amico di banco D. tolse entrambi dall’imbarazzo dicendo che avevamo due ore di ‘buco’ a causa della religione e della ginnastica delle ragazze. Il severo sguardo del Professor B. si tranquillizzò e lui si rimise a lavorare al suo preziosissimo catalogo. L’aiutante  muto fece una specie di sorriso, di più non poteva dire del resto. Gli astanti scomparvero. Noi salutammo e tornammo a scuola.

Nelle settimane successive tornammo sempre alla biblioteca. Ormai eravamo di casa e nessuno si preoccupava più di noi. Una di quelle mattine fra i soliti dieci, dodici libri aperti e leggiucchiati a caso non oltre le solite pagine due o quattro, una coincidenza che coincidenza non fu fece si che un libro capitò fra le mie mani: In Patagonia di Bruce Chatwin. Decisi di fare l’abbonamento e portarmelo a casa.

Il prossimo viaggio parte da qui.

continua…

Stefano Elmi

 

 

scrittimaiali

2 pensieri riguardo “Le ore di buco

  1. Bello, bravo!  È partito solo un apostrofo 🙂  “Così dopo un ora o due d’italiano, io e il mio fraterno compagno di banco D.“ Saluta Marti! Buona giornata 🙂  Inviato da Yahoo Mail su Android

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