Mai accettare passaggi

Nella notte patagone non soffia il vento. L’ho scoperto per caso poco prima di mezzanotte mentre, da solo, stavo rincorrendo un auto a folle velocità.

La folle velocità sarà stata di circa 30 o 35 chilometri orari. Ma visto il luogo e il momento, e sopratutto la giornata passata a combattere contro il vento alla velocità massima di 5 chilometri orari (se scendi ai 4 cadi) ecco che quella sera mi sembrava di volare.

La strada seppur deserta di automobili a quell’ora è piena di vita. Gli occhi di decine e decine di animali sono riflessi dalla luce della mia torcia frontale. Alcune volpi e tantissimi altri che non riesco a riconoscere. Alcuni attraversano la strada, altri mi corrono a fianco. C’è vita di notte in Patagonia.

Mi si affianca un auto e il ragazzo dal finestrino, un pò stupito a dire il vero, nel vedermi lì a quell’ora e su quella strada, mi fa:

-E’ vicina! E’ vicina! –

Di solito il termine ‘vicino’ per uno che va in macchina coincide con ‘lontano’ per uno che pedala. Lui mi fa strada e io lo seguo.

Solo alcune ore prima eravamo comodamente seduti in una minuscola tavola calda ricavata all’interno di un container al confine fra Argentina e Cile. Settanta chilometri vento in faccia avevano lasciato il segno, sopratutto nelle gambe. Così sbrigate le formalità doganali ci mettiamo a mangiare qualcosa e a riposarci.

In Cile non si può portare cibo fresco, come formaggi o frutta. Il doganiere poco prima mi aveva aperto tre borse su quattro, e proprio nella quarta stava la refurtiva. In ordine: numero uno salame comprato a L’Anonima. Numero due mele. Numero una banana spiaccicata. Numero due panini e tutto il resto per non morire di fame in questo deserto. In bici non si butta via niente.

Il ragazzo della tavola calda è gentile e ci fa mille domande. Ci chiede se vogliamo un passaggio per il prossimo paese. Un gruppo di case a circa 30 km da qui. Punta Delgada. Ci guardiamo, la giornata è stata dura e così accettiamo. Dobbiamo solo aspettare le 22, l’ora di chiusura.

All’ora concordata ci troviamo nel parcheggio, stacchiamo le borse e le mettiamo nel cassone. Poi le bici. Siamo in sei nel pick-up. Una signora che guida, un’altra a fianco, poi il ragazzo con la sua fidanzata, ed infine io e Martina.

Strada dritta. 100 km orari fissi. Niente di più facile. Ad un certo punto c’è un confabulare fra le due signore sedute davanti. Una si è dimenticata qualcosa al ristorante, così facciamo marcia indietro.

Parcheggia. Scende. Entra. Accende la luce. Esce senza spegnere la luce e torna con un vassoio. Di nuovo 100 km orari fissi su questo morbido Chevrolet. Niente di più facile ancora una volta. Ci lasciano davanti all’entrata di una piccola locanda nel mezzo di una strada polverosa. Ringraziamo ed usciamo.

Tre milioni di domande mi martellano all’interno della testa nel giro di una frazione di secondo. Quella frazione di secondo esatta in cui uscendo dal furgone guardo il cassone e vedo una sola bici.

Non può essere successo davvero? Non può finire così questo viaggio. Non abbiamo avvertito il minimo rumore e la mountain-bike di Martina pare persa chissà dove.

Il ragazzo sceso con noi rimane a bocca aperta ed è dispiaciuto.

-Andiamo all’incrocio con la strada principale – chiedo io, pensando che forse è caduta nell’unica curva di questi 30 km

-Chiedi a lei – mi risponde serafico lui – è sua la macchina –

-Signora, una bici non c’è più, torniamo indietro almeno fino all’incrocio –

-Vai a cercartela da solo la tua bicicletta! – risponde bruscamente la signora

-Ci porti indietro per favore! –

-No! Vai a cercartela da sola la tua bicicletta! –

Sbatto violentemente la porta all’ennesimo diniego e lei sgommando riparte alzando un gran polverone. Entriamo nella locanda. Spieghiamo col nostro spagnolo da spaghetti western ad una vecchia che ci guarda attonita, ad essere proprio gentili.

Lei è sola e non ha una macchina. Qui c’è solo la sua locanda. Più a sud, a circa 100 km da qui c’è lo Stretto di Magellano con traghetto che fa la spola avanti e indietro. Il resto sono solo pianure spazzate dal vento.

Metto la mia torcia in testa e inforco la bici. Provo ad andare al bivio con la strada principale. Distante si e no meno di un chilometro per vedere se fosse caduta lì nei dintorni.

Ben presto mi rendo conto che è come cercare un ago in un pagliaio. Merda perdere una bici in Patagonia! Come è possibile? Penso all’assurdità della situazione e non mi sembra ancora reale.

Cioè abbiamo davvero perso una bicicletta in Patagonia?!

Al bivio non c’è niente di niente. Percorro un pezzo di strada principale, guardando a destra e sinistra. Ma niente. Sono disperato. Non può finire così questo viaggio. Mentre ritorno all’incrocio alcune macchine sopraggiungo nella mia direzione. Provo a fermale. La prima no, la seconda neppure, ma la terza si ferma.

E’ un ragazzetto assieme alla sua ragazza e altre persone sedute sul sedile posteriore.

-Avete visto una bicicletta lungo la strada?

-Sì, è vicina! E’ vicina! –

-Davvero?! – chiedo incredulo

-Potete portarmi lì?

-Abbiamo la macchina piena, seguici! –

-Li seguo –

Sono euforico. Forse il viaggio non è perduto. Poi in un baleno la testa mi si riempie di pensieri e soprattuto quello cui, scioccamente, non avevo ancora pensato: come minimo la ritroverò disintegrata. E’ volata da un pick-up lanciato ai 100 chilometri orari. Quale bici può resistere a tale caduta? Che stupido. Prenderemo un autobus e concluderemo il viaggio così.

E’ quasi mezz’ora che pedalo come un folle dietro a questa macchina e all’improvviso, mentre sono intento ad ascoltare solo il mio respiro, vedo che si ferma, fa inversione e si ferma a bordo strada. Siamo arrivati.

Butto la mia bici a terra e mi getto sull’altra. Guardo subito le ruote ed il telaio. Se quelle non sono storte non c’è problema, il resto si può sistemare.

Fra poco piango. Il ragazzino alla guida assieme ai suoi amici sono a bocca aperta, anche perché non hanno ancora capito bene che cosa ci faccia da solo con due biciclette in questa notte senza vento fra Cile e Argentina.

Non ci credo. Come può questa mountain-bike made in Taiwan di livello medio-basso, marca Specialized, colore rosso-nero, comprata di seconda mano nel 2013 da Alex Barsotti non essersi fatta praticamente niente saltando giù da quel cassone?

Il freno a disco posteriore struscia nella pinza. La sacca anteriore piena di camere d’aria di scorta che era fissata alla forcella è a brandelli, ma forse ha attutito l’urto. Una borraccia è saltata chissà dove. La sella è abrasa ma integra. Il portapacchi in acciaio è un pò storto ma deve avere protetto la ruota posteriore.

Sono troppo felice. Il viaggio continua. Non venderò mai questa bicicletta.

Ringrazio il ragazzo, la ragazza e i loro amici che ancora increduli (chi non lo sarebbe) mi guardano mentre inizio a pedalare tenendo con una mano l’altra bici, trascinandomela dietro fino al paese.

Non so quanti chilometri ho fatto quella sera. Però so che non finivano più. Ero preoccupato. Martina era in pensiero alla locanda, non vendendomi tornare. Forse era passata un’ora, non saprei. I telefoni qui sono degli oggetti inutili senza il segnale.

Dovevo fare presto. Così di nuovo mi metto a pedalare come un matto. Alcune macchine sopraggiungono a forte velocità, mi butto a bordo strada. Nessuno rallenta. Dopo un bel po’ che ero sulla via del ritorno. Un pick-up mi affianca. Dal finestrino esce il viso di Martina.

Chi guida è il marito della signora che ci ha perso la bici. Si deve essere sentito in obbligo a venire in nostro soccorso dopo che, probabilmente, la moglie gli ha raccontato la storia.

-Marco Pantani!

Chi mi chiama sono due signori argentini ospiti della locanda. E’ quasi l’una di notte stanno finendo di cenare.

-Guarda ragazzo! –

Mi fa uno dei due seduto a tavola. Sarà un ragazzo di poco più di 100 kg che mi mostra una foto di un ragazzino smilzo in sella ad una bici da corsa.

-Questo ero io. In questa foto ero in Spagna per una serie di gare –

-Pure io – fa l’altro

Racconto di come ho trovato la bici e di come l’ho portata fino a qui. Fino a quando non ho incontrato il pick-up che si è fermato assai lontano dall’entrata della locanda.

I due camionisti, sentita la storia dell’anziana proprietaria della locanda, avevano avvertito i Carabinieri. Vedendomi rientrare con le due biciclette hanno richiamato la caserma dicendo che l’emergenza era rientrata.

-Così avrete una storia da raccontare – fa la signora mentre ci accompagna in camera.

continua…

Stefano Elmi writer_rider

Martina Rosati artist_rider

scrittimaiali

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