“We are one. That’s my belief”

Yahaya Adamson
Yahaya Adamson

“We are one. That’s my belief”. Sembra il ritornello di una canzone dal sottofondo molto reggae, ma in realtà è la frase che pronuncia più spesso Adamson Yahaya, nigeriano di Kanu, musulmano di religione, classe 1992 e ormai conosciuto ai più come Mr. One Love in quel di Fabbriche di Vallico (LU).

“We are all nigerians” questa è la risposta alla domanda se per lui ci sono differenze fra musulmani e cristiani nel suo paese e specialmente nella sua città, che negli ultimi anni è il centro di un vortice infinito di attentati e morte. “Io non credo che siano nigeriani quelli di Boko Haram. La maggior parte di loro vengono da paesi vicini o se non addirittura dall’Asia, per costituire una nazione fondata sulla sharia. Questa non è solo la mia idea, ma quella della gente che ho conosciuto a Kanu. Là andavo a scuola e avevo amici cristiani, vivevamo tutti insieme in maniera tranquilla e pacifica. Anche i miei genitori erano misti. Mio padre era musulmano e mia madre cristiana anglicana. Anche se devo dire che i nonni dalla parte di mio padre non vedevano di buon occhio questa unione, però loro si sposarono lo stesso”

Pelle nera, ma non scurissima. Narici larghe, piccoli riccioli in testa e sguardo gentile. Intorno alla bocca ha alcune cicatrici, uguali a quelle sul braccio. Sono i segni distintivi della sua etnia, Hausa, maggioritaria nello stato settentrionale della Nigeria da cui proviene.

A Fabbriche di Vallico invece alloggia da quasi un anno nell’affittacamere da Serena, una struttura convenzionata per l’accoglienza dei profughi della guerra libica e gestita dall’associazione di volontariato Partecipazione&Sviluppo.
Spesso i nigeriani, non tutti chiaramente, hanno un atteggiamento orgoglioso, che alle volte sfocia nell’arroganza. Invece Adamson no. Mentre tutti nel centro di accoglienza ascoltavano Fifty Cents o altri rapper americani, lui ascoltava Peter Tosh e Bob Marley. Mentre tutti pretendevano computer, cellulari ed ogni altra cosa superflua, lui non chiedeva mai nulla, o se proprio aveva bisogno di qualcosa te lo chiedeva per favore. Mentre tutti facevano a gara ad avere le scarpe con la punta più lunga, lui aveva delle normalissime scarpe da ginnastica. Mentre tutti avevano catene d’oro e crocifissi extra-large messi in bella mostra sotto i colletti opportunamente aperti delle loro camice, lui indossava una semplice felpa col cappuccio. Mentre tutti salutavano con ampi gesti stile gangsta-rap, lui ti tendeva la mano per stringertela e l’altra la poneva sotto il suo braccio in segno di rispetto, e aggiungendo un ciao signore con accento troppo simpatico.

Cosa pensi della tua situazione attuale in Italia?
“Non avevo mai sentito parlare dell’Italia, a parte il fatto che era un paese europeo, o per alcune marche di vestiti o scarpe. Dopo il viaggio col barcone ho passato una sola notte a Lampedusa, dopo di che ci hanno trasferito a Campobasso in un grande centro di accoglienza. Dopo un mese, Cecina, poi Abetone. Alla fine di questo tour fra mari e monti sono arrivato a Fabbriche di Vallico.”

Oggi Mr.One Love ha ottenuto, dopo l’audizione presso la commissione istituita dalla Prefettura di Firenze per vagliare le domande di asilo, il permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di un anno. Ora, anche se non sarà facile, ed alla luce della prossima e molto probabile fine dei fondi per questa emergenza entro la fine del 2012, ha le carte in regola per trovare un lavoro.

Qualche giorno fa l’ho trovato che discuteva con un ragazzo della Guinea, quest’ultimo pretendeva dei soldi (10 euro circa) che aveva visto su una scrivania in un ufficio del comune. Adamson alla fine l’ha taciuto: “abbiamo bisogno di un lavoro, non di soldi trovati sui tavoli!” Buona fortuna!

Mi ricordo che una mattina, alcuni mesi fa, Adamson mostrandomi il suo telefono mi fece vedere la foto di una ragazza giovane, molto bella e sorridente, gli chiesi chi era, mi rispose che era sua sorella Hamira, 3 anni più grande di lui, ed era morta.
“Io ero in giro per Tripoli, perché in quel periodo avevo lasciato, dopo alcuni anni, il lavoro con mia sorella in un ristorante la cui proprietaria era la mamma di un nostro caro amico nigeriano. Facevo il barbiere in un altra zona della città. Mi ricordo che tornai di corsa per vedere cosa fosse successo, dopo aver udito le esplosioni provenire proprio da quella parte della città. Quello che trovai fu un gran polverone e macerie ovunque. Credo fosse stato un aereo della Nato. Provai inutilmente a chiamarla al cellulare.
La proprietaria del ristorante si era presa cura di Adamson ed Hamira, sino al giorno del bombardamento. Aveva offerto loro vitto e alloggio in cambio del lavoro al ristorante. Anche lei quel giorno è morta.
“Quel pomeriggio me ne andai da solo verso la costa dove sapevo che alcune barche partivano per l’Europa e così lasciai la Libia e la guerra.”

Stefano Elmi

scrittimaiali©

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