Buona domenica a tutti

Aveva messo la freccia distante più di un miglio dall’incrocio. La fila dietro di lui arrivava sin giù al paese. Quella freccia, di una Clio verde muschio del 1994, voleva dire una cosa sola, ovvero che noi eravamo di troppo.

L’auto rallentava mano mano che si avvicinava all’incrocio, e già comunque la velocità di crociera era ridotta al minimo. Lui inesorabile continuava a rallentare. Le auto in coda probabilmente erano impazienti già da una mezz’ora, ma il signore, imperterrito e previdente aveva messo la freccia e come una lumaca col suo guscio stava approcciando la svolta con la massima precisione.

L’uomo alla guida doveva avere una certa età, anziano avrebbero detto gli ipocriti, vecchio per l’ufficio anagrafe e per tutto il resto del mondo. Erano due mesi che era rimasto chiuso in casa in fuga dai 40 gradi che oramai anche qui in Appennino avevano tormentato i villaggi più remoti.

Oggi è domenica mattina. Una domenica mattina in cui finalmente si iniziava a respirare dopo che i recenti temporali avevano ristabilito una temperatura più gradevole. Lui era uscito con un solo proposito in testa: trovare qualcuno con cui litigare, punto e basta. Si forse anche per fare un po’ di spesa, ma principalmente per litigare. “Perchè ai miei tempi…” “Perchè quando ero giovane io…” perchè d’estate quassù…” ed altri discorsi medi con cui innescare una polemica inutile. Insomma se avesse trovato un giovane tanto meglio.

L’incrocio davanti alla vecchia stazione ferroviaria dismessa era largo come un campo da calcio. Smaltita la coda dietro di lui, pareva di stare nella steppa mongola. Nessun mezzo meccanico, essere umano o quadrupede in vista. Noi eravamo fermi con le nostre biciclette proprio all’angolo dell’incrocio a consultare cartelli arrugginiti visto che il segnale del telefono da queste parti è scarso.

In una giornata normale, senza un’estate di questo tipo alle spalle, niente di più facile sarebbe stato che allargare un poco la traiettoria ed imboccare la strada in discesa senza troppo disturbo.

La freccia lampeggiava incessante e con una violenza unica, nonostante l’età dell’automobile. Ogni flash era come una freccia avvelenata scagliata verso il nemico di turno, in questo caso noi, finiti dopo due mesi di calura su quell’incrocio. Il suo incrocio. Nella sua strada. Il posto sbagliato al momento sbagliato.

“Questo incrocio è mio e io ci voglio girare come voglio. Chiunque sia sulla mia strada verrà falciato” Questo il motto non scritto ma che era evidentemente impresso nei suoi occhi bagnati dalla commozione per aver rimesso in moto al primo colpo quella borbottante Clio color muschio del ‘94 rimasta sotto il sole rovente senza neanche un parasole sul cruscotto.

La sfida era stata lanciata ed io aveva abboccato come uno sciocco. Aggancio il suo sguardo e decido per un moto interiore piuttosto ridicolo che mi fa alzare le pulsazioni che non mi sposto. Né io, né la mia bicicletta. Martina inveisce. Io seguo il suo sguardo fiero e polemico ideato per dare un senso a quella dannata domenica uguale a tante altre.

Non riusciva ad abbassare il finestrino mentre era in movimento, le auto di quel tipo negli anni ‘90 avevano ancora le manovelle, quindi urla per farsi sentire. “Levatevi di torno, qui c’è mio”. La velocità di crociera è pari ai 5 chilometri orari, neanche in bicicletta.

Il mio sguardo fisso sui suoi occhi che traboccano rabbia. La bocca che si apre ritmicamente per qualche insulto che l’abitacolo attutisce. Mi passa a pochi centimetri e non dico nulla. Lo guardo andar via. Appena svoltato, distolti i suoi occhi dai miei, vedo la sua bocca rilassarsi in una specie di mezzo sorriso. Giuro di avere visto anche una mezza lacrima scendere dall’angolo del suo occhio sinistro, o forse era sudore.

Si allontana dimenticandosi di togliere la freccia, che violenta continua a lampeggiare.

“Brutte merde sono ancora vivo!” Le parole impresse con un dito nella polvere del suo lunotto posteriore. Poca sopra un adesivo rotondo dal fondo bianco con la scritta: Buona domenica a tutti.

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