Westminster Magistrates Court

Questo periodo di tutti a casa mi ha fatto tornare alla mente un episodio cui ho assistito alcuni anni fa. La casa non è cosa scontata assieme a tutto quello che si porta dietro: indirizzo, residenza, domicilio, dimora, senza dimenticare il tetto. E chi non ce l’ha che fa mi sono domandato.

Westminster Magistrates Court, Londra. Inverno 2013

La signora all’entrata si muove in maniera concitata. Borsa della spesa in una mano e stampella nell’altra mentre s’affanna per superare la coda. Urla e sbraita contro la guardia che fa passare solo uno alla volta sotto il metal detector. Passato l’ultimo ostacolo, sale le scale velocemente e si va a cercare un posto in prima fila in tutta tranquillità.

Chi ci ha portato qui questa mattina è senza dubbio un grande bevitore. Ormai lo abbiamo capito. Solo un ragazzo del Bangladesh ma residente a Londra da tanti anni ebbe difficoltà ad accorgersene. Una sera si girò verso noialtri e con una voce candida e con quell’accento asiatico ci disse ‘non vorrei essere indiscreto ragazzi, ma secondo me il professore ha bevuto un po’ troppo stasera‘. Erano passate quattro o molto più probabilmente cinque ore da che avevamo varcato la soglia di un vecchio pub dopo la scuola.

Il professore in questione era Andrew K. esperto di media law, ovvero tutti gli aspetti legali e giudiziari connessi alla professione giornalistica. Molto stimato e rispettato nel suo campo ne sapeva più di tanti altri. Ma per lui l’insegnamento in questa scuola doveva essere qualcosa di molto simile ad una comunità di recupero.

Alla mattina ben rasato con il caffè fumante nel barattolo, la solita giacca Adidas su camicia grigia e cravatta di tonalità indefinita, scendeva dalla sua utilitaria sudcoreana con una spigliatezza molto britannica nel non dare a vedere che avrebbe voluto essere da tutt’altra parte. Velocemente entrava in aula, salutava tutti e iniziava la lezione.

E’ stata sua l’idea di farci assistere quella mattina a delle cause civili alla Magistrates Court di Westminster.

Superati i controlli anche noi studentelli saliamo al primo piano ed entriamo nell’aula. Troviamo posto in fondo nella zona riservata al pubblico. In prima fila la signora scalpitante dell’ingresso ha trovato posto ed ha in faccia tutta la goduria ed il piacere di chi si è sistemato sul divano in attesa dell’inizio della sua serie TV preferita. Inforca gli occhiali per mettere a fuoco i buoni e i cattivi nei rispettivi banchi e si tranquillizza, lo spettacolo non è ancora iniziato, per cui ha tempo di leggere la scaletta che ha recuperato da qualche parte con i casi all’ordine del giorno.

Noi siamo seduti in ordine sparso. L’aula si sta riempiendo e io me ne sto lì a guardarmi un po’ in giro. Sono quasi le nove, l’ora di inizio della prima udienza. Un ragazzo piuttosto giovane si siede al mio fianco. E’ ben vestito. Jeans, maglietta e giubbotto di pelle. La testa è rasata. White power dice la scritta sul suo collo. Pure hate dicono l’insieme delle lettere tatuate sulle sue dita. Ha una miriade di altri tatuaggi, sparsi per lo più in viso e sulla testa. Anche una lacrima d’inchiostro posta poco sotto l’occhio sinistro. Tutto il corredo fa di lui uno skinhead. Anche lui si guarda intorno in attesa dell’inizio.

Ora l’aula è piena. La corte entra e come ci ha spiegato il buon Andrew K. a lezione è formata principalmente da volontari. Ovvero cittadini che nella vita svolgono altri mestieri che vengono scelti per risolvere cause civili.

La corte è composta da tre persone. Il presidente è una donna avvenente sulla quarantina con lunghi capelli rossi. Sguardo fermo. Parla per lo stretto necessario con la sua voce altrettanto ferma, mentre i colleghi a lato annuiscono.

Qualche istante dopo lo skinhead seduto al mio fianco si alza e va a sedersi sul banco degli imputati. E’ solo, visto che è un udienza preliminare non ha l’avvocato vicino a sé, ma a breve gli verrà assegnato d’ufficio se non fornirà un nominativo.

E’ accusato di una serie di aggressioni perpetrate a coetanei o adolescenti nella zona dello stadio dell’Arsenal. Violenze verbali e fisiche tali da lasciare pochi segni, per questo è ancora una causa civile. Fornisce i suoi dati, un indirizzo, il nome di un avvocato ed è rinviato al prossimo mese.

Il secondo caso riguarda un polacco che si è intrufolato nella casa di qualcheduno per rubare cose senza valore. Lui sta nella gabbia sul lato destro dell’aula ed è assistito da un interprete. Gli viene assegnato un avvocato d’ufficio e deve rimanere ancora in carcere fino alla 1° udienza quando il caso sarà rivalutato. Anche lui è rinviato al mese successivo. Si alza ed assieme ad un poliziotto esce dall’aula.

Ora nell’angolo degli imputati ha fatto la sua comparsa un signore con un cappotto lurido. Gli hanno fatto togliere il cappello prima di sedersi. E’ un homeless, un senzatetto.

La corte sommariamente spiega il suo caso. E’ accusato di aver rubato dei soldi ad una macchinetta automatica distributrice di biglietti presso la stazione di Victoria.

Ingegnosamente con un lungo e sottile pezzo di ferro inserito all’interno del distributore automatico aveva creato un meccanismo per cui gli spiccioli inseriti dai viaggiatori rimanevano bloccati a metà senza così poter terminare l’operazione. Dopo vari tentativi l’ignaro viaggiatore, appurato che la macchinetta gli aveva rubato i soldi, si allontanava imprecando. Dopo poco entrava in scena l’odierno imputato, che muovendo il suo marchingegno segreto tirava fuori gli spiccioli del mal capitato.

Con molta probabilità questo marchingegno lo avrà azionato molte volte al giorno, per molti giorni durante innumerevoli settimane. Fatto sta che alla fine lo hanno beccato ed oggi è qui davanti alla corte che deciderà quale sanzione o punizione infliggergli.

La corte, assegnato l’avvocato d’ufficio, si avvia a chiedere ufficialmente i dati dell’imputato.

Il signore che per tutto il tempo se ne era stato quasi del tutto in silenzio, borbottando solo saltuariamente e tossendo di tanto in tanto, ora proprio non ce la fa più. Continua a borbottare poi tranquillamente si liscia la lunga barba e inizia ad esporre la sua versione dei fatti alla corte.

-Senti io quei soldi non li ho rubati…. –

-Mi scusi non siamo qui a discutere del suo caso. Oggi è l’udienza preliminare quindi… –

-Sì ma io quei soldi… – continua lui biascicando

-Senta non siamo qui a parlare di questo oggi! Mi dica il suo nome – chiede perentorio il presidente della corte

-Tale-

-Cognome?-

-Dei tali –

-Indirizzo della sua abitazione?-

-Non ho un abitazione…..Io quei soldi…-

-Si fermi! Una residenza!!? –

-Non ho una residenza –

-Quindi neanche un domicilio? –

-Ma che razza di domande mi fa! – fa lui irritato

-Senta io sono tenuta a fare le stesse domande a tutti gli imputati –

-Va bene ho capito –

-Allora un indirizzo di un luogo in cui rimane più di altri? –

-Ma non saprei. Forse la Stazione di Victoria –

-E dove esattamente? –

-Beh, la Stazione Victoria come le ho detto-

-Come faccio se non mi dice l’indirizzo esatto –

– E non lo so l’indirizzo esatto, poi io abito lì nei dintorni diciamo-

-Così però non ci sta aiutando –

Poi il senzatetto lancia un’occhiata di sbiego su tutta l’aula e fa:

-Ma io mi sembra chiaro che non ho un posto con un indirizzo! Sono un senzatetto penso che chiunque in quest’aula lo abbia capito! –

-Ci lasci un numero di telefono allora –

-Non ho un telefono –

-Le chiedo tutti questi recapiti perché le verrà comunicato ufficialmente la data della 1° udienza. Ha capito? –

-Sì ho capito. Però vorrei dire che io quei soldi non li ho presi rubandoli. La macchinetta non funzionava e io allora… –

-Senta non siamo qui oggi per discutere il suo caso! Chiaro! E’ solo l’udienza preliminare dove fissiamo la data della 1° udienza. Solo allora parleremo nel dettaglio del suo caso e lei potrà raccontare la sua versione. Capito? –

-Sì capito, però io quei soldi… –

-Ha una moglie, un parente, un figlio qualcuno con un indirizzo o un recapito? –

-No, non ho nessuno! –

-Senta lei è convocato per il prossimo 24 Aprile alle ore nove! Capito!? Se lo ricorderà!? –

-Certo, certo –

-Visto che non ha un recapito dove possiamo inviargli ufficialmente l’invito a comparire. Se lo ricordi. –

-Certo, certo. Il 24 Aprile alle ore nove me lo scrivo qui –

-Qui dove? –

-Qui nella mia testa –

Si alza dal banco degli imputati e si trascina fuori dall’aula borbottando.

Dopo i primi tre casi non ci deve essere molto altro di saliente in quest’aula a giudicare dalla signora seduta in prima fila. Tira su la borsa della spesa, la stampella e se ne esce per andare in un’altra aula alla ricerca di un qualche caso più interessante che le faccia passare una mattinata in completa tranquillità.

All’uscita siamo rimasti in pochi. Andrew K. dopo un breve saluto si è dileguato per le strade trafficate di Londra, anche se poco distante, proprio dall’altra parte della strada c’è un pub.

Stefano Elmi

scrittimaiali

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