Finalmente Klondike

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Il penultimo giorno sulla Klondike Highway prima di arrivare a Dawson City è stato uno di quei giorni dove le salite sono più lunghe del solito. Uno di quei giorni dove la bici proprio non va, mica le gambe. Uno di quei giorni in cui avresti fatto davvero di tutto fuorché montare in bicicletta. Uno di quei giorni in cui è sempre troppo caldo. Uno di quei giorni in cui hai sempre fame. Uno di quei giorni in cui il paesaggio è uguale al tuo umore cioè piatto, il tutto condito da una foschia da calura degna del miglior Appennino che non ti fa respirare. Uno di quei giorni che non fai altro che salire, salire e salire.

Uno di quei giorni in cui all’improvviso al centesimo chilometro, quando ormai la rassegnazione la faceva da padrone, e il livello di insofferenza era talmente alto che era come scomparsa, il paesaggio da piatto diventa montuoso, e finalmente hai qualcosa da vedere.

Come per magia si materializza una misera discesa di 8 km, che miseri non sono mai, tutta incasinata con troppa ghiaia che ti fa sbandare, mentre i pensionati coi loro motorhome alzano nuvole enormi di polvere e ti salutano sorridenti da dietro i loro abitacoli ad aria condizionata. Fa niente è discesa e mi ci butto, è quello che conta oggi.

Scendo di parecchio e la strada prosegue accanto ad un fiumiciattolo senza nome, che piano piano diventa sempre più grande. Di cartelli ed indicazioni varie non se ne vedono, ma la curiosità è troppa, così accendo il GPS. Muovo la freccia sull’azzurro dell’acqua e la scritta dice: Klondike River! (senza punto esclamativo, quello l‘ho messo io per rendere l’enfasi di quel momento).

Finalmente dopo 3.000 km che pedalavo per vederlo, dopo aver letto e visto tanti filmati su di lui, eccolo qui al mio fianco.

Ed ecco il chiosco con tutte le informazioni e la storia del fiume. Dovevo aspettare solo qualche chilometro, ma la curiosità come fai a farla attendere qualche chilometro in più? Peccato però che ci sia una boscaglia impenetrabile che ti blocca la visuale e l’accesso alla riva.

Proseguo e lo guardo da bordo strada: insomma questo è il Klondike. Non è neanche molto grande e l’acqua sembra anche piuttosto bassa. Se penso che da qui ci sono passati tutti, da Jack London a Zio Paperone, non mi sembra vero, e forse in parte non lo è, ma non ci voglio pensare.

Proseguo ancora qualche km e mi fermo al bivio con la Dempster Highway: una strada completamente sterrata di 700 km, che ti porta su fino ad Inuvik nei territori del Nord-Ovest canadese.

– Ehi lo dividi un melone con me?

– Prego?

– Sì un melone, è troppo grande per mangiarlo da sola e se lo apro lo devo finire, non mi va di buttarlo via.

– Va bene. Grazie

Sono qui che guardo intorno alle indicazioni stradali e alle precauzioni che chi guida deve prendere per arrivare sulle rive del Mar Artico, che si materializza questa signorina belga, che sta viaggiando con un furgone prestatole dal proprietario della fattoria dove ha fatto la volontaria. Vuole andare in direzione di Inuvik, ma fermarsi dopo appena 70 km ed andare a visitare il Tombstone Park.

Ci dividiamo il melone e iniziamo a chiacchierare. Lei fa la traduttrice freelance e vive a Montreal da circa due anni.

-Quanto tempo sei stata nella fattoria? –

-Circa due mesi –

– Scusa ma con il lavoro come fai? –

– Ho detto ai miei clienti che mi assentavo per due mesi, ed eccomi qui –

– Mi piace, sembra facile. Dalle miei parti se sei freelance e gli dici che per due mesi nessuno ti cerchi per lavoro, quelli continueranno a farlo anche dopo che sei rientrata –

Non sappiano dove tirare le bucce del melone. Cestini non ce ne sono e buttare cibo nel bosco è contro l’etica canadese della wildlife. Allora ecco l’idea:

– Tiriamoli nel Klondike! – faccio io

– Dici? –

– Così sfameremo qualche pesce invece che qualche orso –

Camminiamo qualche minuto per raggiungere il ponte che attraversa il fiume e segna l’inizio della strada per Inuvik. Buttiamo le bucce e le guardiamo scorrere giù. Poi andiamo sotto il ponte per lavarci le mani. Io mi rinfresco con l’acqua che scorre giù tosta e lancio un urlo di soddisfazione.

– Da quanto tempo non ti fai una doccia? – fa lei

– Vuoi proprio saperlo? –

Ride e poi mi dice che in Yukon nessuno fa la doccia tutti i giorni.

– All’inizio alla fattoria facevo una doccia al giorno, come faccio normalmente, poi piano piano ho diminuito e ho fatto come i locali: due, massimo tre docce alla settimana.

Nonostante le poche docce è molto carina questa tipa belga, che mi avrà detto anche il nome, ma proprio non me lo ricordo. Ci salutiamo. Fra due settimane sarà in Italia a trovare i genitori in vacanza sulle Alpi.

Mette in moto il van e si dirige verso Inuvik alzando una nuvola di polvere. Io rimango lì al bivio, ora deserto, mentre sta facendosi sera.

Sono intento a leggere un volantino appiccicato ad un palo che avvisa i ciclisti di un orso particolarmente aggressivo che gira nei dintorni, quando da una macchina scendono due ragazze.

-Tu hai proprio l’aria di uno che ha bisogno di una foto sotto il cartello dell’inizio dell’Highway! – fa una di loro

– Mah… veramente…io… –

Mi sembrava scortese bloccare il suo entusiasmo, così le do il telefono e mi scatta una foto. Sembro imbalsamato.

– Allora anche tu vai a Inuvik? – fa sempre lei

– No, veramente io vado di là, verso Dawson, mi sono fermato qui solo per dare un’occhiata e mangiare un melone –

– Ah… –

Stefano Elmi

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scrittimaiali

 

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