Sulle rive dello Yukon

IMG_20170719_172223.jpgLake Leberge sembra un mare, ma è solo lo Yukon che si è allargato formando un lago gigantesco con tanto di onde.

Il campeggio è proprio sulla spiaggia, e la mattina seguente mi fermo da Mom Tracie. Una signora che ha una specie di pasticceria: Moms Sourdough Bakery, vivamente consigliata da Philippe, lo Svizzero, e sua moglie Rosy.

Mom è una signora di 87 anni che ne dimostra almeno venti in meno. La pasticceria è casa sua, una casa in stile Yukon: quattro pareti di tronchi di legno. Le hanno tolto la licenza me lo dice subito, però continua a lavorare e molta gente si ferma.

Sono le 8 di mattina e già ci sono una schiera di dolci sul tavolo della cucina. Mi inizia a spiegare la vita da queste parti mentre faccio il pieno di zuccheri per il prossimo mese e mezzo con un dolce alla cannella e con la glassa di proporzioni inaudite.

– Una volta nello Yukon potevo lavorare tranquillamente, poi sono arrivati questi ispettori da Montreal, da Vancouver, c’era anche un’indiana che non capiva niente. E la cucina non va bene, e il forno di casa non si può utilizzare e le misure di qui e le misure di là. E’ trent’anni che faccio dolci e pane, ed ora di punto e in bianco non va più bene? Ero molto arrabbiata sai –

Mi spiega la cultura del pane sourdough, il pane con lievito naturale portata qui dai cercatori d’oro che venivano dalla California durante la Gold Rush del 1898.

– Gli uomini che sbarcavano al porto di Skagwai, fra cui mio padre – continua Tracie – superavano le montagne a piedi attraverso il Chilkoot Pass anche in inverno e tenevano al caldo, sotto la giacca o la maglia questo impasto naturale che poi utilizzavano durante il viaggio. Era una maniera per sopravvivere e loro si ingegnavano in questo modo. E’ la nostra cultura, è la mia cultura –

Chi vive da queste parti da molti anni è soprannominato Sourdough, proprio per ricordare che la cultura di questo pane è legata profondamente a questi luoghi.

Da qualche anno in inverno Tracie va in Messico dove fa la volontaria in un orfanotrofio. Mi dice che faceva anche l’insegnante anni fa a Whitehorse, e non so se esagera e comunque di disagio in giro se ne vede parecchio, ma mi da un dato sconcertante: ogni anno a Whitehorse e zone limitrofe, che contano circa 20.000 abitanti, ci sono circa una ventina di morti per overdose.

– Insegnavo alle scuole elementari e mi ricordo che accadeva spesso che ragazzini nativi chiedevano di andare al bagno e non rientravo mai in classe, se ne andavano in giro per la città, e i genitori venivano a sbraitare a scuola completamente ubriachi –

Lascio Mom pieno di zuccheri, mentre lei si fuma l’ennesima sigaretta della mattinata.

Alla sera arrivo a Carmack, il paese di George Carmack appunto, un signore che assieme al fratello della moglie, una nativa, e ad un altro ragazzo nel 1896 scoprirono l’oro in quello che divenne poi il Bonanza Creek, fra il fiume Klondike e Dawson City, dando avvio alla Gold Rush del 1898.

Ho la tenda a cinque metri dalla riva dello Yukon. A prima vista inganna, sembra fermo e tranquillo, ma se uno guarda meglio, è sempre in continuo e costante movimento, e per nulla lento.

L’acqua è piatta, non è increspata ma è piena di mulinelli silenziosi ed inquietanti.

Sembra come quei nostri fiumi che si gonfiano durante le piene e si muovono sinuosi, apparentemente lenti ma in realtà con una forza pazzesca. Eccolo lui, lo Yukon, sembra così ma è la normalità qui. Di secche, almeno in questo tratto, neanche a parlarne.

Mi siedo su una panca sulla riva. E’ mezzanotte e sto scrivendo sul mio taccuino aiutato solo dalla luce naturale. Faccio due chiacchiere con una giovane coppia che, assieme al loro cane, sta discendendo il fiume in canoa.

– Non devi fare niente di che: ti metti a sedere, ti bevi una birra che poi diventano due o tre e ti fai portare dalla corrente, solo devi tenere la direzione con la pagaia. Lake Leberge è stato complicato, ci abbiamo messo due giorni per attraversarlo, lì è difficile perdere la direzione senza bussola o gps –

E’ l’una, inizia ad imbrunire oramai. Mi ritiro nella tenda a finire di leggere le cronache di Dino Buzzati inviato per il Corriere della Sera al Giro d’Italia del 1949. La battaglia tra il giovane Coppi ed il vecchio leone, Bartali. Niente di sportivo solo letteratura.

Goodnight Yukon, ma tanto tu non dormi mai, silenzioso e costante nel tuo flusso.

Stefano Elmi

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