Langhe III

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“Alba la presero in duemila il 10 Ottobre e la persero in duecento il 2 Novembre dell’anno 1944”

Lasciata la bici ho fatto il giro della città attraverso i percorsi fenogliani. La sua casa, con la macelleria del padre al piano terra, oggi è diventata un museo, poi gli uffici dell’azienda vinicola dove per anni ha lavorato, lo stadio della pallapugno, la scuola che ha frequentato, però è il civico collegio convitto la struttura che più ti rimane in mente. In mezzo ad un centro storico medievale e con tanta austerità sabauda c’è questo meteorite che sembra caduto da chissà dove. Architettura fascista al massimo del suo splendore. Ben conservato e/o restaurato.

Cammino sotto una pioggerellina che fa molto ottobre anche se è agosto. Non c’è molta gente in giro, i portici alla sera sono quasi deserti e c’è odore di caffè. Ne bevo uno, che poi diventano due.

Insomma sono qua, dopo anni che pensavo di fare un giro da queste parti, ora che ci sono non c’e’ molto da fare in effetti, ma è questa la sua bellezza penso. Vado a comprare una bottiglia di Dolcetto d’Alba, ho spazio per caricarlo sulla bici. Me ne ritorno a letto, nel posto che ho trovato per dormire, camminando fra una nebbia fitta e un’umidità pesante.

La mattina dopo è completamente diversa, mi sveglio che c’è il sole. Lascio Alba alle mie spalle, salendo stancamente per due tornanti che mi fanno prendere quota e che mi danno una visione d-insieme della cittadina, mentre sullo sfondo si apre la Granda, la provincia di Cuneo, e il Monviso in lontananza alto come una piramide egizia a vegliare su tutto e tutti.

Lasciando Alba incontro le indicazioni che portano sulle orme di Una questione privata. La casa di Fulvia a San Rocco Senio d’Elvio. Ma anche le indicazioni per le passeggiate lungo la riva del Tanaro dove erano asserragliati i partigiani contro i fascisti, ritirati nell’altra sponda, in quell’autunno del ’44.

Proseguo per la strada e dopo alcune decine di km mi fermo al Bar Roma, il caffè centrale di San Stefano Belbo, il paese di Cesare Pavese. Si respira una bell’aria, un’aria antica di caffè, torte appena sfornate e biciclette d’epoca.

Purtroppo è ora di ripartire, il treno per Lucca mi aspetta alla stazione di Acqui Terme. Passo davanti alla sua casa natale, una vecchia casa di campagna, appena fuori il paese.  In un parcheggio poco distante i camion dei giostrai sono arrivati e stanno montando i loro giochi. Poche centinaia di metri più avanti sono già avvolto da capannoni e rotonde. E’ la strada per Canelli.

3 Agosto 2015

Stefano Elmi

 

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