4. Giro di Cipro – 1° Commedia turco-cipriota (parte 2)

Dopo aver fatto la doccia ritorna il tipo col cappellino con la sua bici scassata, che da ora in poi sarà il duro. Guarda le nostre bici e dice solo: problema, problema. Arriva il figlio della proprietaria, l’unico che parli un po’ d’inglese. Ci dice che se vogliamo ci chiamerà certi suoi amici che verranno qui a riparare le ruote. Accettiamo. Ormai è buio sono le 8 o le 9 di sera. Tutto il vicinato, capitanato da il duro, è accorso a vedere i due italiani con le loro bici a terra. Bambini, madri di famiglia, anziani. E’ arrivato un furgone con all’interno tutto l’occorrente per le riparazioni. E’ un lavoro piuttosto lungo. Ci mettiamo a parlare col figlio della proprietaria. Ha studiato ingegneria civile all’università di Famagusta, e si è laureato neanche due settimane fa, ha ancora una settimana di vacanza poi andrà a fare il servizio militare nell’esercito turco. Non lo invidiamo per niente. I due riparatori venuti col furgone armeggiano con le biciclette, hanno finito, insieme a loro il duro, che non si risparmia nell’aiutare, anzi. Il figlio della proprietaria mi dice che è bravo però ogni tanto è un po’ strano. Non capisco. ‘He loves alchool’ conclude. Capito.
4 ruote a terra, almeno 3-4 buchi per ruota, conclusione 25 euro. Cifra forfettaria arrotondata per necessità, ma altrimenti saremmo rimasti a piedi. Intanto la folla è scemata nel buio. Ognuno è tornato da dove era venuto. Anche il duro, che in tutto questo gioco non ci ha guadagnato nulla ritorna alla sua casa qui a fianco. Per una notte è il nostro vicino di casa.
Abbiamo una gran fame. Le nostre vicine di camera, uscendo ci hanno detto che il ristorante in paese stasera era chiuso per cui dovevamo andare avanti un km e poi girare chissà dove, mi ero perso quando me lo spiegava, però continuavo ad annuire.
Usciamo a piedi. Fa ancora caldissimo. I nostri vicini di casa guardano la tv seduti in giardino. Il paese è pressoché fantasma. Continuiamo a camminare non sapendo bene dove andare. Sono circa le 10. All’improvviso dalla penombra di un parco giochi sbucano fuori 4 ragazzetti che cazzeggiavano lì intorno coi loro smartphone. Fra tutti parlano 3 parole d’inglese. Vogliono sapere da dove veniamo e noi che abbiamo fame rispondiamo: resturant, resturant, così  dicendoci chissà cosa ci portano di fronte ad un bar squallido, dove tutti, con le loro sedie sono seduti in mezzo alla strada per cercare un po’ di fresco. Accanto al bar sono parcheggiati due scassoni più un suv Mercedes ultimissimo modello, che varrà quanto l’interno paesino. Il bar è vuoto, nel senso che a parte un piccolo fornello per fare i caffè e un frigo con le bibite non c’è altro, e sembra anche imbiancato da un particolare bianco-sporco. Al tipo dietro il banco diciamo che vogliamo mangiare e ci fa vedere delle figure su una sorta di menù, e ci spiega quanto costa in lire turche. Arriva anche il proprietario che chiama subito in maniera brusca un tipo seduto all’esterno. E’ un ragazzo sui 35-40 anni con una faccia spaurita da bimbo ormai cresciuto, coi capelli tirati all’insù dal gel, una grossa catena d’oro al collo e una t-shirt fluorescente che copre una gran pancia. Il ragazzo è stato chiamato perché dovrebbe fungere da interprete. Quando inizia a parlare si esprime solo con 3 parole e mezzo d’inglese, e in più è balbuziente. Come mai qui è tutto così grottesco? Insomma nel mezzo delle trattative italo-turche per stabilire il giusto prezzo della cena si materializza lui: il nostro vicino di casa, il nostro aiuto meccanico che non ha preso un euro, l’amatore dell’alcool, insomma il nostro uomo a Komi, il duro. Non che sappia l’inglese lui, però ci capiamo. Ci porta a cambiare i soldi in un market lì di fronte. Un tamarro alla cassa con delle grossa ciglia nere che si annoia su facebook ci cambia gli euro in lire, ci frega, ma stiamo al gioco. Andiamo nel retro del bar, intanto che il proprietario ha acceso il forno a legna, ci sistemiamo ad un tavolo in mezzo a sacchi di farina. Prendiamo 3 Efes Pilsen, una anche per il nostro uomo. Poi arriva un ragazzo basso con la faccia da pugile, dai lineamenti quasi asiatici. In silenzio si mette a tavola con noi. Piano piano iniziamo a presentarci. Stasera ha deciso che mangia con noi. Arriva il nostro piatto, una sorta di pizza con carne ricoperta da uno strato di formaggio, è buonissima. Ne offriamo un po’ al nostro uomo ma non ne vuole, mentre il pugile beve yogurt.
La cena è tutta un discutere con lingue mischiate e incomprensibili. Ma ci capiamo. Fa caldissimo, ma è bello. Il nostro uomo ci tiene particolarmente a presentarci come my friend a tutti gli avventori che entrano nel bar.
Finito di mangiare prendiamo le nostre sedie e ci mettiamo a sedere anche noi in mezzo alla strada, tanto non passa mai nessuno. Tutti ormai sanno che noi siamo i due italiani arrivati in bicicletta e che hanno forato tutte le ruote. Il nostro uomo ritorna con altre 3 Efes Pilsen. Stavolta offre lui. Ci dice che ha 32 anni e un figlio, ma la moglie non la sopporta proprio. Ci fa vedere l’anello e dice: no good mentre indica la birra che invece è good. Perfetto ci siamo.
Ma dove siamo? Stamani mattina alle 7 siamo partiti dalla ricca Ayia Napa. Ora pare di essere distanti anni luce, mentre sono solo 80 km. Abbiamo attraversato un confine particolare, la green line. Siamo transitati in una città segnata dalla frontiera come Famagusta. Abbiamo pedalato in una pianura sozza e piena di freschi abusi edilizi affacciati su un mare che non se lo merita. Alla fine siamo arrivati in un paesino dove il tempo pare essersi fermato. Un paesino dove le persone trovano ancora il tempo incuriosirsi davanti a due sconosciuti giunti sin là. Qui sono stati tutti così gentili con noi, che pare esserci sempre stati a sedere qui, su queste sedie, nella strada calda e buia di fronte al bar.
L’indomani intorno alle 9 ripartiamo da Komi, però prima passiamo da un garage-officina che ci hanno indicato per acquistare qualche toppa per le camere d’aria. Il proprietario sulla strada ci guarda con gran sorriso sotto il suo cappello di paglia. Entriamo nel garage che non è altro che una stanza buia di pietre polverose, con degli attrezzi sparsi qua e là. Facciamo vedere le camere d’aria e lui, che non parla mai, ci da alcune toppe made in Japan. Chiediamo anche la colla che ha dentro certi barattoloni, ma quella non ce la può dare. Paghiamo e salutiamo, mentre lui con grande tranquillità, si rimette a sedere. Abbiamo passato solo alcune ore in questo posto sperduto ed abbiamo conosciuto mezzo paese. Forse se fossimo rimasti una notte in più ci avrebbero eletto sindaci o qualcosa del genere. Salutiamo tutti. On the road again!

to be continued…

Stefano Elmi

scrittimaiali©

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