3. Giro di Cipro – 1° Commedia turco-cipriota (parte1)

Superiamo la green line, ed entriamo nella Repubblica Turca di Cipro Nord, per i turchi, e nei territori occupati, per i greci, verso le 10 di mattina. Per raggiungere la frontiera abbiamo attraversato la base militare inglese (Sovereign Base Area) che fa da confine. L’ex impero mantiene un certo controllo sui suoi ex possedimenti.

Passiamo accanto alla Union Jack sotto un sole a 45 gradi molto poco british. Dopo le formalità della frontiera finalmente passiamo. Mezzaluna rossa su sfondo bianco, la bandiera di Cipro Nord, assieme a quella turca, sono ovunque. Agli angoli delle strade, sulle mosche, costruite rigorosamente a fianco delle chiese greche ortodosse sbarrate e decadenti da 40 anni a questa parte, e poi sulle barche dei pescatori, sulle auto e avanti così, nessuno si salva.

Pensavo ci fosse un certo salto da sud a nord, però confesso pensavo fosse minore. Ed invece è notevole. Paesaggio di merda: costa piatta e squallida con nuovissime e moderne villette costruite ovunque e tutte chiuse.

Arriviamo a Famagusta, la prima città del nord a ridosso del confine. La fortezza veneziana che la circonda sembra sia stata costruita il giorno prima del nostro arrivo. E’ pressoché perfetta. Aggirandoci per il lungo mare entriamo in contatto con la zona cuscinetto, che divide la Cipro greca dalla Cipro turca, creata nel 1974 dopo il conflitto.

Palazzi alti anche 10 piani. Ville e villette. Tutto a pezzi. Tutto lasciato al suo destino da quasi 40 anni. Tutto sigillato da reti e filo spinato. Varosia, il quartiere, ormai fantasma di Famagusta che doveva essere negli anni ’60 l’equivalente dell’odierna Ayia Napa, quando Ayia Napa era solo un paesino di pescatori, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tutto è spettrale e desolante. Forse ancor più da quando, a neanche 10 metri da questa zona off-limits che arriva sin sul mare, hanno costruito un nuovissimo e lussuosissimo super resort-hotel-beach-club pieno di stelle. Il contrasto già forte, coi ruderi sigillati al di là della rete, appare a tratti ridicolo.

Ricominciamo a pedalare. Passiamo accanto ad un annoiato militare turco che fa la guardia col suo fucile in una vicina base militare. Superiamo la base ONU, dove sventolano le bandiere ungheresi, croate e slovacche, proprio a fianco della East Mediterrean University, e così lasciamo questa città di confine.

Decidiamo di andare a Komi che in turco è Buyukkonuk dopo aver letto la Lonely Planet che ci fa compagnia. A circa 7 km da questo paesino foro la ruota anteriore. E’ la prima foratura ufficiale del viaggio. E’ sempre noioso, ma ci fermiamo e cambiamo la camera d’aria e ripartiamo.

Sono circa le 6 di sera e sta per andare in onda una commedia. Una commedia turco-cipriota i cui protagonisti saremmo noi. Buyukkonuk o Komi è un paese veramente piccolo, però c’è tutto. Bar, market, ristorante, pompa di benzina, gommista e 3 guest house. Se non fosse per i minareti, sembrerebbe di essere sul set di un film di Sergio Leone. Siamo nell’interno, le strade sono polverose e malmesse. Alcuni turchi al bar ci guardano passare davanti ai loro caffè, per il resto in giro non c’è nessuno. La guida dice che una signora canadese affitta delle camere. Giriamo e giriamo, ci perdiamo e finiamo dentro una via senza uscita dove c’è una guest house però chiusa. Ci rigiriamo e quando torniamo sulla strada principale dopo poco mi fermo, sento qualcosa attaccato alle ruote, guardo. Le ruote sono piene di spine ne levo alcune, ma sono veramente tantissime. Inizio a sentire uscire l’aria, inizia il dramma. E’ una pianta di cui non ci siamo neanche accorti, ma che lascia cadere delle palline piene di spine dure. Ripenso a quello che aveva detto un signore la prima notte che abbiamo passato sull’isola: fate attenzione a queste piante, che fanno queste piccole spine, altrimenti bici kaputt. E noi lì che lo guardavamo con aria di sufficienza. Gufo.

In pochi minuti ho la ruota anteriore completamente a terra. Chiediamo informazioni a delle donne che con i loro bambini sono davanti ad una casa. Sanno dov’è la signora canadese. Poi d’un tratto sbuca un ragazzo tutto dinoccolato con cappellino, vi ci porto io dalla signora dice. Monta su una mountain bike tutta sganasciata e ci fa strada. Oriano segue in sella, io chiudo il gruppo a piedi. Il giardino della guest house è tutto un casino. Tavole di legno tirate qua e là, attrezzi di tutti i tipi, però la casa è molto curata. La signora ci dice che non ha posto così chiama una sua amica poco distante e ci porta lì. Metto la bici nella sua Land Rover e Oriano segue sempre in sella. Nel tragitto la canadese per poco non si spiaccica contro un altra macchina che arrivava in senso inverso, ma questi sono dettagli. Anche l’altra guest house è ben tenuta. Intanto la mia bici ora è completamente a terra, davanti e dietro. Anche quella di Oriano sta afflosciandosi. La signora canadese, se vogliamo, ci chiamerà un tipo che ha un garage qui vicino. Siamo ancora stravolti dal caldo e dalla fatica, e poi dobbiamo metabolizzare ancora tutte le forature. Sconvolti ci tiriamo sul pavimento della camera con aria condizionata. Merda e ora che si fa?

 to be continued…

Stefano Elmi

 scrittimaiali©

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