Io sto con le capre

Lei lo sa ben che la mia residenza è collocata in luoghi alpestri e strani dove i popoli vivono a polenta, a rozzi cibi poco men dei cani.

E’ l’acqua e l’aria quel che ci sostenta, il fuoco ci riscalda piedi e mani, lassù fiocca la neve anche di maggio dove si fa il nostro pellegrinaggio.[…]

La gioventù che nasce in questo luogo quando che vede che ‘un ci pol campare, quando hanno sedici anni e dico poco fanno il fagotto e lo varcano il mare”

Santino Agostini detto Santino dell’Angeletti (1837-1917, considerato il più versatile poeta autodidatta della montagna barghigiana)

Prendete un lavoro che nessuno più vuol fare. Prendete un luogo in cui nessuno vuol abitare. Prendete degli animali che nessuno vorrebbe tenere. Prendete tutto ciò, oggi, nel 2010, e fatene la vostra vita. Difficile che avvenga. Molti deciderebbero sicuramente per un posto di lavoro al caldo e con poche difficoltà da portarsi appresso.

Giordano Bonaccorsi, invece, coi suoi 22 anni, ha scelto una cosa diversa. Ha scelto di faticare. Ha scelto di lavorare all’aperto. Al freddo quando fa freddo, al caldo quando fa caldo, e di bagnarsi quando piove. Mosso da una grande passione ha deciso di dedicarsi a quello che più lo interessa. Giordano fa il pastore. Ha 15 capre che pascola nei boschi vicino casa sua, a Barga. Non ha orari di sorta, cartellini da timbrare, o giorni di festa. Si alza presto al mattino. Munge. Le porta al pascolo. Le fa rientrare. Prepara il formaggio. Poi nel pomeriggio le fa pascolare di nuovo e alla sera munge nuovamente.

“Il pregio delle capre è che pascolano anche dove non pensi che nessun animale riesca a trovare da mangiare” mi dice Giordano. Infatti le vedo arrampicare ovunque, “e rispetto alle pecore” continua “sono piuttosto intelligenti” anche se poi ne vediamo una che si è nascosta in un grande cespuglio e non ne vuole sapere di unirsi alle altre. Chiaro le eccezioni ci sono sempre, come per gli esseri umani. “La particolarità delle capre, e il loro punto di forza” mi spiega “sta nel fatto che è un animale che meglio di altri si adatta all’ambiente boschivo in abbandono. A differenza delle pecore, per esempio, che necessitano di bei campi erbosi. E in più il suo latte” prosegue “è unico proprio perché la capra si nutre di piante infestanti e selvatiche che gli altri animali non mangiano”.

Le ‘Cosche’ è il luogo che Giordano ha scelto per il pascolo del suo gregge. Si trova poco fuori l’abitato di Barga, in direzione di Loppia. Lì il bosco racconta di un luogo che sino a 40-50 anni fa doveva essere tutt’altro. Parla di capanne abbandonate. Parla di terrazzamenti una volta pieni di ulivi ed ora infestati da ogni sorta di rampicante e pianta selvatica. Parla di vecchi sentieri che si sono persi nella vegetazione rigogliosa del bosco. Parla, anzi non parla, perché la caratteristica principale dell’abbandono è il silenzio. Ed infatti a parte i campanacci delle capre e le nostre chiacchiere regna una gran calma, pochi rumori. E’ come se il bosco dormisse, in realtà è in gran movimento, anche troppo per la verità. Solo alcune piccole stradine larghe giusto per far passare un trattore dicono che di tanto in tanto i vecchi proprietari fanno un po’ di legna per scaldarsi in inverno, per il resto tutto tace. Vecchie capanne adibite a seconda casa, magari per passare una domenica nel fresco, coi loro giardini curati e rigorosamente recintati, parlano di un distacco nei confronti di ciò che sta intorno, un distacco nei confronti del bosco.

“Qualcuno ti ha aiutato nel tuo progetto?” chiedo “tutti i pastori con cui ho parlato” mi dice Giordano “e che lo hanno fatto o continuano a farlo di mestiere, ormai pochi per la verità, mi hanno tutti sconsigliato d’intraprendere questo percorso. Ma non per gelosie, ma per il fatto che in questo mestiere si fa tanta fatica e non ci si guadagna niente. Però nonostante ciò tutti mi hanno fornito preziosi consigli su cose pratiche riguardo l’allevamento o sui metodi per fare il formaggio”.

Nel futuro di Giordano c’è la volontà di mettere in piedi un’azienda agricola e poter vivere di ciò. Oggigiorno è una scelta in piena controtendenza per un ragazzo, visto anche che quasi nessuno dei figli dei vecchi pastori del posto ha intenzione di seguire le orme paterne. E ‘una scelta radicale, netta, criticabile, ma una scelta, la sua.

“Scusa, ma dopo che ti sei diplomato, non era più semplice fare lo studente universitario fuori sede, andare alle feste la sera e non fare niente per il resto del giorno?” chiedo provocatoriamente. La risposta che ottengo non ammette repliche “Io la mia università me la sto già facendo da solo ogni giorno, ed ogni giorno imparo qualcosa di nuovo. Non voglio fare un lavoro, ma imparare un mestiere legato al nostro territorio e al recupero delle sue tradizioni oramai dimenticate”

Stefano Elmi

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