Ushuaia, Fin del mundo

Siamo scesi da Passo Garibaldi in sette miseri chilometri, che miseri non sono mai con una bicicletta carica. Però sono stati i sette chilometri più belli di tutto il viaggio, con tanto di tornante finale così rotondo che quasi ci ha fatto girare su noi stessi.

Eccola la città mas Austral o la fine del mondo, come la chiamano tutti. È tutto il giorno che l’aspettavamo. Ci avevano detto che una volta superato il passo che divide le steppe della Terra del Fuoco da Ushuaia l‘avremmo vista, ed invece niente. L‘entusiasmo finisce ben presto e la strada ricomincia a risalire inesorabilmente.

Abbiamo attraversato località sciistiche varie. Rifugi con cani da slitta. Vette, vallate, laghi, lagune e ancora vette e poi un paio di ghiacciai, ma della fine del mondo non c‘è traccia, a patto che la lasci. Anzi qui tutto pare continuare e la salita sopratutto, forse anche più di prima.

Oggi è un giorno particolare: è il compleanno di Martina.

Così alla mattina, puntata nella vetrina della Panaderia La Union di Toulin la pasta più buona, una sfoglia di crema con un pizzico di marmellata che si sfaceva in bocca in una maniera unica. Ho chiesto al proprietario, che ama molto apparire nelle foto del suo negozio con tutti i tipi di celebrità Argentine a noi sconosciute, una candelina.

–È un omaggio chico

– Grazie senor

Oggi festeggiamo così, arrivando nel punto più a sud di tutto il continente Americano.

Nel momento in cui meno te lo aspetti la strada scende all‘improvviso dentro una valle stretta fra il Cerro Olivia, da una parte, con le sue guglie tetre e aguzze e un alto paretone di roccia scuro, dall’altra. È questa ci siamo: la discesa finale. L‘entusiasmo si riaccende. C‘è subito un tentativo di risalire da parte della strada, ma dura poco, non ci spaventa più. Anche il vento soffia contrario, ma non conta ormai.

Senza più lo sguardo che cerca oltre la prossima curva, perché preso dalla stanchezza, ecco una piccola semi curva senza arte ne parte, e uno spicchio di mare con una piccola penisola sbuca proprio davanti ai nostri occhi. C‘è un urlo di gioia, ma lui subito sparisce. Ci guardiamo perplessi.

–L‘hai visto anche tu?

– Sìiiii

Era proprio lì, fra quei due alberi e una discarica coi gabbiani.

La semi curva finisce e vediamo il cartello d’ingresso alla città. È fatta siamo arrivati.

Preso dall’entusiasmo salto con tutta la bici su una specie pedana di legno davanti al cartello. Due autostoppisti dall’altra parte della strada, coi loro zaini a terra e i fazzoletti tirati sul naso aspettano un passaggio nella polvere. Ci guardano in silenzio.

Martina sta con le braccia appoggiate al manubrio e pensa.

Un abbraccio. Un bacio. Una foto ricordo davanti al cartello polveroso e ci inoltriamo in città alla ricerca di un alloggio.

Gli autostoppisti sempre fermi dall’altro lato e noi alle prese coi clacson delle auto, che hanno cambiato tonalità. Non più il suono di saluto o d’incoraggiamento che udivamo fra le montagne o nelle pianure Patagoniche, ora suonano il fastidio dei guidatori nei nostri confronti. Siamo tornati alla normalità.

Continua…

Stefano Elmi, writer_rider

Martina Rosati, artist_rider

Scrittimaiali

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