9. Giro di Cipro – La fine

Alla mattina ci svegliamo abbastanza tardi e fuori fa ancora fresco, meraviglioso. Girottoliamo per il paese, che non è un vero e proprio paese. E’ immerso in un bosco di pini odorosi con una moltitudine di sentieri per trekking e mountain bike. Ai chioschi dei souvenir è un continuo via vai di russi che arrivano coi loro suv. I nuovi conquistatori dell’isola. Arriviamo in prossimità del monte Olimpo, non possiamo raggiungere la vetta perché c’è un mega-radar dell’esercito inglese fatto a forma di pallina da golf, con l’unica differenza che è gigantesca.

A fianco arriva la seggiovia che d’inverno porta su gli sciatori. Sembra un altro mondo. Si vede il mare della parte turca oltre la green-line. In lontananza un ammasso urbano biancastro, Nicosia. Fra l’orizzonte e le montagne una distesa gialla infuocata, il nostro deserto del Kalahari. Fanculo! Sembra così piccolo da qui, e magari lo è, però in bici è tutto così infinito certe volte. Comincia a piovere e fa piuttosto fresco. Tutt’intorno le montagne sono ricoperte da pini sin sulle vette. Qua e là altre palline da golf gigantesche sulle vette più alte.

Mangiamo un pork chop, meritatissimo, in un ristorantino accanto alle piste da sci. Finito il pranzo inizia un temporale serio e ci ripariamo nel rifugio. Siamo in maglietta e inizia a far freddo. Conosciamo il proprietario della scuola di sci Olympus, che quando scopre da dove veniamo mi parla di Bormio e del Trentino dove è andato a sciare, poi mi mostra una foto con un sacco di neve dello scorso 6 aprile del posto dove ci troviamo ora. Ma viene gente a sciare qui, gli chiedo. Thousand, risponde serafico, poi corre a mettere dentro le sedie che altrimenti si bagnano.

Il giorno dopo ripartiamo di buon mattino, alle 7. I primi 30 km sono in discesa, a tratti è un esperienza mistica, forse più del deserto. Poi piano piano la strada torna piana, c’è qualche piccola salitella, ma ormai siamo del mestiere. Ci fermiamo a prendere un caffè nel bar-casa-cucina di una signora gentilissima che troviamo sulla strada, con due vecchiettini gentili che ci parlano continuamente in greco, senza accorgersi che non capiamo nulla. Guardano incuriositi le bici cariche.

Pale eoliche in lontananza e il mare di Pafos sempre più vicino. Poi succede quello che ci eravamo dimenticati, foriamo. Facciamo una piccola sosta lungo la strada per un bisogno e quando torniamo a prendere le bici troviamo la mia ruota posteriore a terra. Non c’è problema si cambia. In tempo record facciamo il cambio camera d’aria. Siamo troppo forti ora. Il tempo di rimettere dentro gli attrezzi e la ruota va giù di nuovo. Sole, 43 gradi e l’incazzatura che sale. Ri-togliamo la camera d’aria riparata dal tipo a Dipkarpaz. La toppa è da una parte e il buco dall’altra. Maledetto, non ci fermerai. Montiamo, dopo un rito scaramantico, l’ultima camera d’aria buona che abbiamo. Mancano 30km all’arrivo, ma non si sa mai.

Finalmente si riparte. Lungo la discesa, facciamo rifornimento d’acqua in un piccolo mercato e ci mettiamo a mangiare dei biscotti sotto una pergola. Un nonnino si mette accanto a noi e ci saluta kalimera (buongiorno), kalimera anche a lei. Sta lì, non dice altro. Guarda le bici, guarda le macchine che passano in strada, guarda gli altri avventori coi quali non socializza. Di noi capisce solo che veniamo dall’Italia, di lui noi non capiamo nulla. Sta lì all’ombra della pergola. Ci alziamo per ripartire. Si alza anche lui, che gentile saluta e torna verso casa. Siamo stati la sua compagnia per venti minuti circa.

Quando dopo circa 800km rimettiamo le ruote sulla strada in cui due settimane prima abbiamo cominciato a pedalare, percepiamo un’indefinita folla chiassosa che ci accoglie da entrambi i lati della strada. La fine di ogni viaggio porta con se un strana sensazione, un misto fra contentezza per avercela fatta, e di amarezza per la fine dell’avventura. Domani che cosa faremo? Non pedaleremo più per scoprire cosa c’è dietro il prossimo tornante? Il senso di amarezza ha il sopravvento, perciò distaccati salutiamo la presunta folla plaudente.

Ritroviamo il barrino sulla spiaggia dove abbiamo lasciato le sacche per trasportare le bici in aereo. Il ragazzo ci riconosce e ce le restituisce, non crede che abbiamo fatto il giro dell’isola, troppo lungo e faticoso dice. Mare, birra per tutto il pomeriggio, poi in serata si va all’aeroporto a sistemare le bici nelle sacche. Nella notte d’attesa per il volo dell’indomani mattina già partono le confabulazioni sulle prossime avventure. Transiberiana, giro del Mar Nero, Giro dell’Islanda, Coast to coast Usa, Sud America, poi ripieghiamo su un nostrano giro di Campia a tappe da fare in autunno, finalmente col fresco.

to be continued…

Stefano Elmi

 scrittimaiali©

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