Check Lecbir

– Io riparo televisioni! Un lavoro un po’ strano nel deserto… vero? –
– Eh già! Abbastanza strano! –

Questo tipo alto e magro mi si presenta con questa frase all’interno di un piccolo bazar nel campo profughi di Smara (sud-ovest Algeria). Ci mettiamo a chiacchierare in francese. Lui ha studiato ingegneria ad Algeri. Sta seduto a gambe incrociate su un tappeto accanto al proprietario della piccola bottega. Mi metto in ginocchio e subito lui mi pone un piccolo pezzo di cartone sotto le ginocchia. Subito così, sull’istante mi saltano in testa due pensieri. Il primo è che è un gesto dai fini pratici quasi senza senso. Il secondo invece mi fa pensare che racchiude tante altre cose, molto nobili.

Salutiamo il proprietario e mi porta a casa sua a farmi conoscere la sua famiglia, dopo avermi regalato un pacchetto di noccioline della Mauritania, a sentir lui fra le migliori.

Una tenda, che dovrebbe avere il ruolo di soggiorno. Una casetta in mattoni di fango e tetto di lamiera, che è invece la camera da letto. Un’altra casetta con all’interno tutte le tv da riparare, oggi è festa e non lavora. Un’altra piccola casetta che deve essere finita di costruire con gli aiuti dell’Unione Europea. Poco più in là il pannello solare attaccato a due batterie di automobili che si stanno ricaricando per la notte. Queste quattro strutture sono messe in circolo così da formare una specie di cortile, ovviamente sabbioso, in mezzo sta parcheggiata una vecchia Peugeot blu che Check Lecbir, così si chiama, ha acquistato in Mauritania anni fa. Gli chiedo se posso fargli una foto accanto all’auto. Dice di sì e scatto.

Ci togliamo le scarpe e ci accomodiamo all’interno della tenda. Ci sediamo su dei bei tappeti tutti colorati. Gli chiedo se sono fatti a mano. Mi dice che alcuni sì sono fatti a mano, pochi per la verità. La maggior parte provengono dalla Cina, perché costano meno, aggiunge.

Ci offre subito un thè, che per usanza si beve tre volte, come ci dice. Il primo è dolce come l’amore. Il secondo è amaro come la vita. Il terzo è soave come la morte.

Beviamo e iniziamo a chiacchierare del fronte Polisario. Check Lecbir è stato un ex ufficiale e tira fuori dei ritagli della stampa internazionale degli anni ’70 che parlano della guerra contro i marocchini. E’ bello vederlo raccontare questi fatti. E’ appassionato nel suo racconto e si lamenta dei problemi che dall’armistizio ad oggi si sono creati per arrivare ad un referendum che dia una indipendenza tanto sperata.

Rimango a pranzo. Gli uomini nel centro della tenda e le donne in un angolo. Cous cous e carne di capra cucinati da sua moglie. Buonissimi!

Le chiacchierate che nascono così casualmente sono le più belle mi lasciano sempre tante cose dentro.

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Questo è solo uno dei moltissimi incontri che io, assieme ai miei compagni di viaggio abbiamo fatto in soli 10 giorni di permanenza. Il tempo è stato davvero troppo poco per conoscere affondo le problematiche dei Territori Saharawi, però grazie all’umanità (parola spessissimo abusata, ma qui la più adatta) di questa popolazione dignitosa e orgogliosa che ci ha aperto tutto un mondo nuovo.

Essendo alla prima esperienza in un viaggio extraeuropeo di questo tipo, e dovendomi abituare al cibo, all’assenza di servizi igienici (una doccia in 10 giorni, fatta al ritorno in albergo ad Algeri) e ogni altra cosa che a casa nostra diamo per scontato, vi assicuro che ne è valsa la pena. Noi tutti eravamo quasi in imbarazzo per le tante cose che ci venivano gentilmente offerte da ogni persona con cui venivamo in contatto.

Loro che hanno poco, ci danno quel poco. Noi che abbiamo tutto, ce lo custodiamo gelosamente, alla fine per cosa poi? C’è qualcosa che non torna in questo paradigma! E loro ce lo hanno fatto scoprire!

Stefano Elmi

scrittimaiali©

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