7. Giro di Cipro – A Nicosia non piace la bici (parte 1)

Scusi mi sposta la bici. Scusi è sua la bici? Me la sposta. Non può lasciare la bici qui. Scusi devo entrare in ufficio mi toglie la bici. Ehi scusa hai un posto per la bici? Nooo!

Arriviamo alle porte di Nicosia nord (la parte turca della capitale) da una pianura noiosa e caldissima, ma niente in confronto alla strada a quattro corsie che dobbiamo percorrere per svariati chilometri, prima di arrivare in città. Traffico allucinante e città in avvicinamento. La vediamo là sullo sfondo assieme all’ultimo muro d’Europa, ma non arriva mai. Poi entriamo in una periferia infinita fatta di concessionarie d’auto più o meno ufficiali. Alla fine delle concessionarie arrivano le mura veneziane molto ben conservate. Seguiamo le indicazioni per il Ledra Palace, il check point per passare nella Cipro greca. Controllo passaporto e visto, poi il poliziotto tira su la sbarra e attraversiamo un pezzo di terra di nessuno. Passiamo accanto a un gruppo di operai turchi che riparano una linea elettrica, costeggiamo le antiche mura e alcune ville costruite probabilmente durante la colonizzazione inglese e ora distrutte o in via di distruzione. Filo spinato ovunque e torrette dell’ONU qua e là, e si arriva al check point greco. Controllo passaporti e siamo in Unione Europea. Giriamo per la Nicosia greca, che ci accoglie con vetrine di scarpe di tutti i tipi. Troviamo alloggio in maniera scortese nella parte vecchia della città, e poi a cena ce ne torniamo nella parte turca, tramite il check point pedonale di Leda Street.

Ceniamo sotto una moschea che è tutta uno sventolio di bandiere turche e nord-cipriote d’ordinanza. Dopo cena gita ai confini del muro. Ragazzini che giocano a pallone a fianco di palazzi ancora crivellati di proiettili. Un barrino chiuso col cortile a fianco del filo spinato del muro e poi più niente. Da questa parte della città pare che tutti vadano a letto presto,  a meno che uno non s’infili dentro uno dei numerosi casinò a tirar via un po’ di soldi. Passiamo di nuovo nella parte greca e anche qua andiamo a zonzo per strade e stradine che d’improvviso s’interrompono, il muro. In ordine troviamo: garage che restaura auto d’epoca; piccola caserma dell’esercito difesa da bidoni bianchi e azzurri; mignotte davanti ai loro appartamenti; un’italiana che si è appartata nella penombra a far pipì; un gran silenzio in giro. Ci allontaniamo dal muro e andiamo nella parte vecchia della città. Beviamo due birre in un locale frequentato dell’underground di Nicosia. Di turchi apparentemente neanche l’ombra. Se ci sono, sono dei tamarri che ogni tanto passano accompagnati da donne piuttosto ammignottate. La decadenza non pare appartenere alle società sulla via di un forte sviluppo. Per il resto punk-abbestia con cane d’ordinanza.

Difficile capire questa città in una giornata fugace e calda, sia di giorno che di notte. Forse abituati alla tenda e agli asini selvatici è stato difficile tornare in una città, sopratutto se a molti non piace la bicicletta. In molti alberghi, alla domanda se c’era un posto dove poter lasciare la bici, i più ci hanno suggerito di lasciarla in strada. Ma la cosa più fastidiosa, specie dopo una giornata passata sulla strada a faticare, è l’essere redarguiti a volte anche in maniera nervosa dall’appoggiare la bici ad un muro piuttosto che ad una pianta. Il paesino di Komi o Buyukkonuk, sembra lontano anni luce, con tutti i suoi abitanti che in qualche modo hanno contribuito ad aiutarci. Saranno i greci, sarà la città che non far per noi, sarà che a Nicosia non piace la bici, così l’indomani partiamo per le montagne.

Quella per giungere sul Monte Olimpo (1952m), il monte più alto dell’isola, sarà una tappa la cui tattica sarà completamente sbagliata. Partenza in mattina tardissimo, saltato il rifornimento d’acqua e la pausa per mangiare qualcosa al momento giusto, ed infine arrivo a notte fatta sconvolti.
Uscire da Nicosia è più complicato del previsto. Solo dopo 20 km riusciamo ad uscirne con un indicazione sbagliata data da un signore in un bar, che ci rincorrerà in macchina per dirci che abbiamo sbagliato, e continuandoci a suggerire una fantomatica small roundabout di cui non ne troveremo mai traccia. Perciò per caso troviamo l’indicazione per Troodos, il capoluogo della zona delle montagne e andiamo. Attraversiamo tutta una serie di paesini a fianco della green-line. In uno di essi, Astromeritis, siamo colpiti dall’abbondanza dei chioschi di frutta e verdura, bibite e qualsiasi altra cosa per rifocillarsi. Siamo così colpiti che non ci fermiamo nemmeno, abbiamo acqua a sufficienza noialtri, ci fermeremo al prossimo, pensiamo. Quel fiorire di banchetti era un segnale, è l’inizio del deserto del Kalahari (che non è a Cipro, però me lo immagino così). Mano mano che andiamo avanti nel nulla, l’acqua nelle borracce inizia a esaurirsi e diventare sempre più simile a brodo. Il termometro sull’orologio che sino ad ora aveva oscillato fra i 43 e i 47 gradi ha un sussulto e di colpo oltrepassa la soglia dei 50 gradi. Merda!

to be continued…

Stefano Elmi

 scrittimaiali©

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