Ho un buco nero e si chiama Albania

Io ho un grosso buco nero e si chiama Albania, le uniche cose che conosco ed associo ad essa sono:

l’invasione fascista. Enver Hoxha. La nave Vlora. Le parabole sui tetti. I gommoni. La missione ‘Arcobaleno’. Sali Berisha. Igli Tare. Mercedes scassati. Il mio ex vicino di casa di cui non conosco il nome.

Questo grosso buco nero sull’Albania ha una conoscenza limitata a questi elementi, per il resto non so altro.

Ad Ancona tutti i turisti ciabattanti con le loro infradito ci passano davanti e salgono sulle navi dirette in Grecia. Sulla nostra non monta nessuno. Ad eccezione di due tipi con la Vespa, la nave è piena di famiglie albanesi che tornano a casa per le vacanze estive. Tutti parlano italiano. Poi ci siamo noi.

  • due biglietti –

  • ok, macchina? –

  • no, abbiamo le bici, pagano? –

  • sa che non lo so, non mi è mai capitato. Aspetti….. no, non pagano – 

La nave ha un equipaggio interamente filippino e si mangia da schifo. Appena arrivati a largo di Durazzo, la prima cosa che vedo è la motovedetta della Guardia di Finanza Italiana che ci sfreccia accanto. Poi pescherecci semi affondati dentro il porto. Stranamente il cellulare tace, non vengo assalito da messaggi uno dietro l’altro di operatori telefonici che consigliano la loro compagnia, come succede normalmente quando cambi stato. Sul display c’è scritto solo Vodafone, niente più.

Usciamo dalla dogana con le nostre bici cariche, e chiediamo informazioni al comandante della nave che è sbarcato.

  • Per il centro della città? –

Gran sorriso poi risponde:

  • Beh provate di là, Indurain e Armstrong! Ma dove andate poi? –

  • Tirana, poi Berat domani –

  • In bici?! Occhio alle strade e buona fortuna ragazzi! –

Bene.

La prima persona che vedo nel traffico di Durazzo è un ragazzo albanese che gira sempre per il mio paese con la sua spider tamarra e stereo a palla. Anche lui non so come si chiama. Incrociamo i nostri sguardi e ci salutiamo con un cenno della testa.

A fianco del porto ci sono anche i binari della ferrovia, ma di treni neanche l’ombra, a parte certi vagoni arrugginiti tirati ai lati. Per il resto è pieno di sporcizia e bambini che ci sguazzano dentro. Ma la cosa che salta all’occhio subito è il contrasto. Dopo queste scene da India, proseguendo verso il fittizio centro città, troviamo più o meno le stesse cose che ci sono qui in Italia, ma proprio le stesse. Le stesse macchine, con le stesse targhe, ed altre cazzate più o meno simili. Poi palazzi scintillanti, cantieri, supermercati, suv tedeschi e americani nuove di zecca. E i Mercedes scassati? Ci sono anche quelli, per fortuna. Sono confortato.

Lo skyline di Durazzo è cementizio. Palazzi in costruzione, vecchie palazzine soviet, villette e case sempre da terminare. Finalmente un po’ di storia, scoviamo un antico anfiteatro romano nel centro città, interamente circondato da villette a schiera con i balconi orientati verso l’emiciclo. Surreale.

Nota tecnica: belle ragazze pressoché ovunque.

La Lonely Planet che ci sta guidando in questo primo approccio ciclo-turistico dell’Albania, ci indica un Bed&Breakfast nel centro della città. Non lo troviamo. Nessuno dei passanti pare conoscerlo.

Alla fine un antiquario romano e un americano escono da un giardino e ci dicono, con fare gentile, che questo è il B&B che stavamo cercando. Sempre gentilmente ci danno il numero di telefono del gestore. Sono molto incuriositi dalle bici e si informano anche nei dettagli sul nostro viaggio che stiamo per intraprendere. Stanno insieme.

Poco dopo arriva un ragazzo che ci parla in fiorentino, è più di 10 anni che studia là. E’ il figlio dei proprietari, Tedeschini. La casa è un po’ anomala per essere in Albania. E’ antica. Risale alla metà del 800 ed è incredibilmente conservata nonostante tutti gli invasori e i regimi possibili ed immaginabili, e resistente inoltre al boom edilizio di questi ultimi 20 anni. Boom che ci delizia con la visione di un palazzo di 15 piani posto dall’altro lato della piccola strada lastricata del B&B. Tiriamo la testa su fino a che non ci fa male il collo, e ne riusciamo a vedere quasi la fine.

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La casa dei Tedeschini ha un aria coloniale, da impero in disfacimento ‘Qua ci considerano matti, perché viviamo in una casa così vecchia’ ci dice la signora Alma, che nel frattempo è arrivata. Casa bassa. Piano terra e primo piano. Persiane verdi alle finestre. Intonaco scolorito, ma dignitoso. Gran giardino pieno di alberi, piante e fiori. Tutto è fuori dal tempo. Entriamo tramite un ampio ingresso e poi saliamo le scale. I mobili sono antichi, più meno hanno quanto la casa. Altro salone al primo piano con librerie stracolme. Il traffico caotico di Durazzo che è stato il nostro primo impatto appena sbarcati, fatto di auto super scassate, o super nuove, o super tamarre sembra distante mille miglia. E il nostro stereotipo di albanesi? E’ scomparso così sul nascere, solo a qualche ora da nostro sbarco ciclistico?

La famiglia è sicuramente sui generis, ed anche loro se ne accorgono. Il padrone di casa, il signor Giuseppe, esordisce con un ‘il problema di qua sono quelli che d’estate tornano coi macchinoni dall’Italia e fanno sempre casino’

Noi non riusciamo ancora ad avere un idea, dobbiamo metabolizzare tutti questi contrasti a cui non eravamo pronti.

La casa risulta essere l’antico consolato dell’impero austro-ungarico. Al suo interno la mobilia, i quadri ed ogni oggetto pare essere rimasto intatto nel tempo. Difficile spiegare come abbia resistito a due guerre mondiali, alle occupazioni naziste e fasciste, e a circa 50 anni di socialismo paranoico, fra i più fuori di testa del pianeta. Affinità ideologiche che resero l’Albania amica di tutti e poi nemica di tutto e tutti.

La Jugoslavia fu la prima nazione impura con cui rompere ogni tipo di relazione, era il 1948. Poi fu la volta dell’Unione Sovietica, con la conseguente uscita dal Patto di Varsavia, 1968. Ed infine negli anni ’70 toccò alla Cina. La purezza ideologica del marxismo-leninismo andava preservata, e chi meglio di un paese come l’Albania e dei suoi abitanti, almeno questo pensava il suo presidente Henver Hoxha. Un progetto certamente non da tutti. Per essere portato avanti ci voleva una certa dose di coraggio o pazzia, a seconda di come la si guardi. Conclusione: isolamento totale.

Stefano Elmi

pubblicato anche su SP-READ.COM

scrittimaiali©

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