1.
Certe volte di notte mi mancava l’aria e mi svegliavo di soprassalto. La finestra chiusa a due mandate. Strano, eppure io la lasciavo sempre aperta, specie in questo periodo di autunno-estate permanente. Mi sudava il collo. Bagnavo il cuscino e mi svegliavo col fastidio, ed alla mattina ero già stanco. Sempre così per un mese intero. Finestra aperta la sera e chiusa alla mattina. Come era possibile?
Nella stanza eravamo solo io e il mio cane, un Lagotto dalle discrete dimensioni che, non me ne voglia mentre scrivo queste righe, anche piuttosto stupidotto e che dormiva sempre sotto il letto.
Il mistero rimase tale per quel mese. Il mese successivo però trovai un indizio. Un foglietto incastrato nella finestra mentre una mattina, ricoperto di sudore, mi accingevo a riaprirla. Sopra vi erano scritte alcune parole con una calligrafia pessima in cui a malapena si riusciva a leggere: siamo quelli della notte. Finestra aperta – Finestra chiusa.
Ma che cazzo voleva dire? E chi erano quelli della notte? Il mio cane aprì un occhio e poi lo richiuse e si rimise a dormire. Come dire cose che succedono a voi stupidi umani. Io sono cane e per di più Lagotto, quindi non mi tocca. In cuor mio però lui sapeva qualcosa, ma all’inizio non ci detti alcun peso. Stupidi animali. Stupidi umani.
2.
Lui mi guardava con quegli occhi da pesce lesso che lo avevano sempre caratterizzato sin dal giorno del nostro primo incontro. Era così pesce lesso che anche in quei rari momenti in cui si palesava una ragazza nei suoi paraggi, lui era talmente imbranato che non riusciva a spiccicare parola, a tal punto che la donna si spingeva anche a chiedere lei stessa se volesse uscire. Cioè ve ne rendete conto? E dopo tutto questo lui preso dal sudore freddo nel collo della camicia, rispondeva chiaramente di no. Io gli abbaiavo, ed era quel tipo di abbaio che voleva dire: ma che cazzo dici deficiente!
Quando poi aggiungeva le proprie motivazioni allora io rincaravo la dose di abbai come a dire: sei proprio scemo non lo vedi che è carina! Ma lui niente imperterrito per quella che era la sua strada. Una strada senza via d’uscita.
Ma aspettate che vi racconto questa. Un giorno suonano alla porta di casa. Io stavo dormendo beatamente sul divano sognando certe salsicce che avevo visto passando il giorno prima nella piazza del mercato. Insomma appena ho sentito il campanello ho tirato su un orecchio. Il mio naso, che modesti a parte è un buon naso, non rilevava niente d’interessante per cui rimasi al mio posto. Lui, il deficiente, aprì la porta e trovò il vicino di casa, Gualtiero, un altro deficiente, ma di prima scelta questo. Uno di quelli che chiude quei cani da caccia un po’ stupidi nei recinti. Era anche uno che quando io ero cucciolo e pisciavo dove volevo, ma perché ancora non avevo imparato a controllarmi, suonava sempre il campanello e si lamentava delle mie pisciate. Insomma un deficiente su tutti i fronti.
Quel giorno si era palesato alla porta per lamentare di certi rumori che sentiva durante la notte. Provò anche ad ammiccare, come per dire che se erano donne era tutto consentito. Io lanciai un abbaio dei miei che voleva dire più o meno: non ci sono pericoli, qui è secoli che non entra qualcuno di sesso opposto.
Diceva che erano certi rumori che provenivano dal tetto. Avevamo il tetto in comune col vicino e questi rumori, a sentir lui, si manifestavano regolarmente dalle tre del mattino sino alle sei. All’inizio erano sporadici poi, mano mano che il tempo passava, si udivano più spesso.
Naturalmente il deficiente non poteva sapere cosa c’era dietro e fece due discorsi del più e del meno sul fatto che lui non aveva sentito niente e richiuse la porta. Fine delle visite per oggi. Io riposi il mio orecchio adagio sul divano e continuai a dormire riprendendo il sogno nel punto esatto dove l’avevo lasciato: le salsicce del mercato che per magia si stavano moltiplicando.
3.
Gualtiero, il vicino, mi era sempre stato antipatico. Era uno del posto che conosceva tutti, ma era antipatico come un sassolino in una scarpa. Anche la sua donna era scontrosa. Aveva una voce acuta con la quale chiamava il suo cane e lui regolarmente non si faceva trovare. Come biasimarlo del resto. Avrei fatto lo stesso anch’io fossi stato nei suoi panni, o meglio nel suo pelo. Poi da quando avevo portato a casa Marcello si era fatto ancor più antipatico. Lui non concepiva gli animali da compagnia. Per lui i cani erano da lavoro, anzi solo esclusivamente da caccia, e dovevano stare in gabbia. Punto. Fine della discussione. All’inizio fece anche del sarcasmo sul fatto che avevo dato il nome Marcello al cane. Gli dissi che non glielo avevo dato io, ma che se lo era scelto lui stesso. “Sì! Come no!” fece lui. Ed invece era proprio vero. Marcello lo trovai un giorno per la strada davanti alla macelleria di Marcello appunto. Ci passavo sempre davanti e per una settimana intera vidi questo cane intento a fissare le salsicce nella vetrina. Un giorno dopo l’altro sempre lì. Una mattina Marcello, che poi non conoscevo così bene, mi fa “ma prendilo tu questo cane! Secondo me ha un gran bel fiuto”.
Dopo due giorni andavamo a casa insieme. Ci accordammo per un pasto al giorno ed iniziammo ad andare d’accordo come vecchi amici.
4.
Ora vi racconto io com’è andato il nostro primo incontro che, a sentir lui, sembra tutto poesia, fiori e buoni sentimenti.
Io davanti alla macelleria di Marcello facevo il palo. Facevo il palo con la scusa che mi piacevano le salsicce ed essendo cane, Lagotto-romagnolo per la precisone, non davo nell’occhio. In questa maniera la mia banda poteva fare il lavoro sporco. Premetto che io nella vita sono stato e sono tutt’ora un cane, pardon un Lagotto molto concreto. Buoni sentimenti sì, ma se non si mangia è un problema. Ma torniamo alla mia banda. La banda era composta da tre elementi: Roger, Gastone detto Gas e Dino trivella.
Roger era un meticcio incrociato con qualche cane da caccia ed aveva un fiuto per gli esseri viventi, sia umani che animali, a dir poco impressionante. Gastone detto Gas era un Lagotto come me, ma lui era nato con la camicia, voleva comandare. Era in sovrappeso rispetto agli standard della nostra razza, amava dirigere, aveva una visione d’insieme e non correva mai. Dino trivella era un cane di piccolissima taglia, uscito fuori probabilmente da secoli d’incroci e come i suoi antenati aveva un fiuto incredibile per ogni rappresentante di sesso femminile che passava in un raggio di cento chilometri dalle sue narici. Era un gran lavoratore ed un ottimo giocatore di squadra, un team player come si dice oggi. Se era assente era senz’altro per un buon motivo.
La nostra banda era specializzata in piccoli e grandi furti prevalentemente di cibo. Il giorno in cui sono stato beccato fu perché non sapevo che gli altri se ne erano andati perché sgamati dal salumiere all’angolo. Mentre io, per non essere riconosciuto, feci finta di aspettare il mio padrone che era dentro alla macelleria poco più in là. Il salumiere in lontananza mi guardava torvo pronto a colpirmi con un bastone se solo mi fossi mosso. Ma il deficiente per fortuna uscii in tempo dalla macelleria e così eccomi qua. Sono diventato un cane socialmente rispettato ed accettato, alla faccia del salumiere che quel giorno quasi gli prese un colpo nel vedermi con quel guinzaglio improvvisato prestato da Marcello il macellaio. Ben gli sta.
5.
Insomma c’erano troppe faccende strane da quando questo essere a quattro zampe era entrato nella mia vita. Quella frase scritta con una calligrafia quasi illeggibile, Quelli della notte mi ronzava in testa per tutto il giorno. Chi erano quelli della notte? E perché proprio alla mia finestra? E poi quei rumori che sentiva regolarmente il vicino. Marcello faceva finta di dormire ma capiva tutto, eccome
se capiva. Era un cane scafato, forse la vita di strada lo aveva reso tale, anche se ora non disdegnava le comodità della casa.
Sentivo in qualche maniera che ci dovevo parlare, e sentivo, non so come, che lui a sua volta aveva qualcosa da dirmi. Al costo di sembrare pazzo dovevo riuscirci in qualche modo, ma come? Avrei dovuto decifrare certi segnali e certi comportamenti questo avevo capito con una veloce ricerca su internet. Ma questo lo sapevo anche io, però insomma non ci capivo niente. Un giorno per puro caso venni a conoscenza di un’educatrice cinofila che in qualche modo avrebbe potuto aiutarmi in tal
senso. Perché, non chiedetemelo, ma sapevo che Marcello nascondeva un segreto che mi avrebbe portato a risolvere l’enigma di quel foglietto attaccato alla finestra. Quelli della notte. Finestra aperta – Finestra chiusa. E se fosse stato un gruppo di cani? E perché no, un gruppo di cani e umani che se ne andavano in giro nella notte appunto, ma a fare cosa non mi era chiaro.
6.
Ora ve lo dico io cosa c’era nei miei sguardi verso di lui. C’era prima di tutto della compassione. Poveraccio alla soglia dei quaranta era ancora solo e se non fosse stato per me lo sarebbe rimasto ancora. Insomma appurato che lui era uno sfigato, io di certo non ero un santo che sognava solo le salsicce sdraiato sul divano. Il mio scopo era altro nella vita, ma per metterlo in atto avevo bisogno di farmi passare per un buon cane dall’ottimo carattere e dal pelo ben pettinato. Io sì facevo il palo in quel gruppo di sbandati mezzi randagi dei miei colleghi, ed ero anche appagato dalla discrezione con cui svolgevo il mio lavoro, ma per essere chiari quella era una copertura per un’altra cosa che vi racconterò in seguito. Adesso nella mia condizione di cane socialmente accettato ci stavo bene, ma dovevo comunque stare attento, perché alla lunga avrebbe potuto nuocermi per il mio piano segreto. Quelli della notte. Finestra aperta – Finestra chiusa. C’ero dentro fino al collo, anzi fino al collare.
7.
L’educatrice mi aveva dato alcune dritte dopo che avevo descritto i comportamenti di Marcello e dettole anche come lo avevo trovato. Tutto quello che capii fu che doveva aver avuto un trauma in questo cambio di vita e, molto probabilmente visto anche il tipo di vita che faceva, doveva aver avuto una vita dura sin dalla nascita. In quanto alla sua età non seppi rispondere, non mi ero mai posto il problema. Dovevo portarlo da un veterinario che gli avrebbe fatto anche una visita completa, poi avrei dovuto studiare ancora i suoi comportamenti e riportarli a lei nel caso ci fossero stati dei cambiamenti, sia negativi che positivi. Insomma uscii dall’incontro ancora più confuso e con quella vaga idea che nessuno sapeva che pesci prendere. Io guardavo Marcello, e mi sembrava che ci capivamo o molto probabilmente faceva finta. O meglio il finto tonto, era un cane ben più sveglio di quello che voleva far credere, era come se si nascondesse sotto una coperta d’indolenza per non dare nell’occhio, per non attrarre attenzione ed al momento opportuno avrebbe rubato qualche cosa da mangiare. A pensarci bene sembrava l’atteggiamento di una spia. Ecco cosa sembrava! E se lo fosse davvero? Ma cosa avrebbe dovuto spiare e per conto di chi? Avevo letto un articolo tempo fa su certi cani addestrati in qualche paese dell’Europa orientale che seguivano i sospettati. Ma poi lo riguardavo, là sul divano con le gambe e la pancia all’insù che russava. Cosa avrebbe potuto spiare? Questo dormiva e tutt’al più guardava il soffitto. Non mi sembrava proprio il tipo.
8.
Una notte come tante commisi un’ingenuità. Una grande ingenuità. Una mattina di rientro da una delle mie scorribande, provai a richiudere non solo la finestra della camera, come avevo fatto sino ad ora, ma anche la vecchia persiana di legno. Se non l’avevo mai fatto c’era un motivo, ma quel giorno forse per un eccesso di zelo o semplicemente la stanchezza mi portarono a quell’errore. Fatto sta che il cigolio della persiana fu molto rumoroso e credo si staccò anche un pezzo di legno. Appena riuscì a chiuderla mi girai per salire sul letto col mio balzo da Lagotto felpato e mi bloccai di colpo. Lui era lì a sedere sul letto a gambe incrociate che mi guardava. Accese la luce e senza dire una parola mi porse un piccolo foglio: Quelli della notte. Finestra aperta – Finestra chiusa.
Dovevo dargli una spiegazione e così ci provai. Prima di tutto mi sfilai il mio mantello nero con le lettere color rosso L.R. Le lettere stavano ad indicare la confraternita a cui avevo giurato eterna fedeltà, la mia cara confraternita, quella del Lagotto Romagnolo. Poi mi tolsi la cintura con tutti i miei arnesi da scasso, il tira pugni d’osso, due candelotti di dinamite e una boccetta con del cianuro. Slegai anche il pugnale che avevo legato alla zampa posteriore nascosto fra i riccioli. Tolsi anche il collare di pelle con gli spunzoni, bruttissimo ma molto punk, ma se lo indossavo c’era una ragione. Infine mi tolsi la maschera da Pitbull. La usavo per non farmi riconoscere. Non lo potete sapere ma la sopravvivenza nel mondo notturno canino può essere molto dura. Finito, lo guardai negli occhi. Non ero certo in una posizione di vantaggio per spiegare la mia opera, ma il fessacchioto con mio grande stupore aspettò in completo silenzio che finissi la mia svestizione.
Ora eravamo uno di fronte all’altro. Mi sentivo nudo ai suoi occhi, lo ero del resto, a parte un po’ di ricrescita dei riccioli. Non sapevo bene da dove iniziare il mio racconto, cosi cominciai dall’ultima cosa che mi era successa quella notte.
“Sono di ritorno dal canile municipale. Abbiamo fatto un bel botto stanotte. Tutti fuori a parte un compagno morto negli scontri, qualche ferito e due guardie finite all’ospedale ma niente di serio. Questa sera le guardie hanno provato a fregarci, ma col carico di molotov che avevamo non c’è stato niente da fare per loro. Erano mesi che stavamo progettando quel dannato colpo ed alla fine è andato piuttosto bene. Già ti starai domandando cosa sto facendo ma forse qualcosa lo hai già intuito. Sei fesso, ma neanche poi tanto devo dire, anche tu lo fai per finta secondo me. Perché guardi la finestra? Ah già scusa non te lo avevo detto. Non so perché, ma sin dalla nascita io so volare, proprio così. Volo sopra tutto e tutti. E’ sufficiente che mi leghi il mantello intorno al collare e tanti cari saluti alla forza di gravità. Se pensi di provarlo è meglio che ti togli subito quel pensiero dalla testa, già alcuni ci hanno pensato prima di te e diciamo che non gli è andata bene. Roba di ossa rotte. Se non avessi questo potere come potrei muovermi dal quinto piano dove viviamo, senza uscire dalla porta principale come un qualsiasi cane da compagnia legato ad un lurido guinzaglio. Non è il mio stile, non se ne parla nemmeno. Seconda cosa: io non ho amici. Nel mio ambiente sono considerato un pezzo grosso e i pezzi grossi fanno la vita che fanno, tutti li invidiano ma credimi c’è tanta solitudine a conti fatti. Comunque non tutti lo sanno, infatti preferisco lavorare nell’anonimato. E’ la miglior soluzione questa, per questo motivo di notte vado in giro con quell’orrenda maschera da Pitbull. Loro poveracci sono proprio tutti uguali e neanche molto intelligenti, anche i loro padroni tu dirai, ma questo è un altro discorso. Fanno una gran paura, ma sotto sotto hanno un gran cuore, e nessuno lo sa.
Quando mi hai trovato davanti alla macelleria di Marcello, in realtà era una copertura. La banda con la quale giravo di giorno non sapeva nulla delle mie attività da super-eroe notturno. Ero con loro solo per arrotondare, facevo il palo per piccoli furti di cibo e altra roba da niente, ma almeno avevo poca responsabilità.
Ma è durante la notte che mi sento vivo, che faccio quello per cui sono nato: dare la libertà ai miei simili, nessuna confraternita esclusa. Comprese le volpi di tanto in tanto, sono scaltre come felini ma appartengono alla famiglia dei canidi. Lo sapevi? Qualcuno nel movimento è contrario, e ‘sti cazzo, io sono a favore. Terza e ultima cosa prima che parti con le domande a raffica riguarda la spiegazione circa il biglietto che hai trovato. Quelli della notte è il nostro movimento di liberazione. Finestra chiusa-finestra aperta sono i segnali dei compagni all’interno dei canili. Molto probabilmente deve essermi caduto dalla cintura qualche sera fa. Ora mi siedo in poltrona, tiro su le zampe che mi fanno male, carico la mia pipa, l’accendo così puoi farmi pure tutte le domande che vuoi. Non scappo, tranquillo”
Che ottima spiegazione e che assunzione di responsabilità pensai fra me e me. Sono proprio un ottimo esemplare della mia confraternita, un leader direi. Ne ero compiaciuto e feci un lungo tiro dalla mia pipa.
Lui mi guardava e continuò a non spiccicare parola. Poi all’improvviso un rumore secco e potente come il suono di una tromba. Le lenzuola che si alzano e poi ricadono, all’improvviso un odore acre e pestilenziale. Ma che potere era quello? Uno sbadiglio enorme e poi si alzò. Si grattò come faceva ogni mattina, proprio lì. Calzò le pantofole e passo dopo passo, sbadiglio dopo sbadiglio scese al piano di sotto. Cioè e io? Il mio discorso? Le mie spiegazioni? Nessuna replica? Nessuna curiosità? Io sono un dannato super-eroe che sa volare e neanche uno straccio di domanda? Come si permetteva. Mi sentivo offeso. Che cafone.
Sentii il rumore dei biscotti risuonare dentro la scatola di metallo. In un balzo scesi dal letto e fui giù in cucina. Spolverai completamente la ciotola. Che soddisfazione! Un’altra missione era stata portata a termine con successo.
TO BE CONTINUED…




