Pisa-Firenze solo andata. Giorno due: Pisa

Di solito un giorno di merda si vede sin dall’inizio. Se inizia male non c’è speranza che migliori, può solo peggiorare. 

Nel mio caso mi sveglio alle 3,30 di mattina per colpa di una zanzara e non mi riaddormenterò più. Alle 6,30 suona comunque la sveglia così mi alzo e mi vesto. Fuori piove forte (segnale di giornata di merda).

Nella sala colazioni sono solo e al buio, la cameriera si accorge di me dopo un bel po’. Julie, l’anziana atleta della squadra si unisce a me anche se sono di poca compagnia. Bevo al volo un tè mangiando non so che, ed esco sotto l’acqua. 

Chiedo un ombrello al gentile portiere che me ne da uno minuscolo. Esco in strada lo apro ed è tutto storto e mezzo rotto. Da minuscolo è diventato ancor più minuscolo e  naturalmente continua a piovere incessantemente (segnale di giornata di merda)

Il mercato domenicale mi ha fatto parcheggiare praticamente alla periferia di Livorno. Io continuo imperterrito col mio ombrellino storto, finché dopo una mezz’oretta guadagno il furgone, zuppo, ma lo guadagno. 

Devo guidare per circa 15 km per arrivare al magazzino dove stanno le biciclette. Un gioco da ragazzi, ma non a Pisa il lunedì mattina con un temporale in atto. Infatti tutti hanno preso l’auto stamani e le strade sono completamente bloccate oltre che allagate. Arrivo a fatica al magazzino. Carico quattro bici dentro e tre sul tetto, col gentile noleggiatore che mi guarda senza alzare un dito. Il solito noleggiatore che quando l’ho chiamato per mettermi d’accordo sull’orario il giorno precedente mi ha risposto per ben due volte in due telefonate diverse: si va bene, comunque ti richiamo e regolarmente non mi ha mai richiamato (segnale di giornata di merda)

Entro in strada e per fare 10 km ci metto un’ora. Una follia. Naturalmente sono in super ritardo, chiamo l’hotel per avvisare del contrattempo.

Ma tutti i dettagli sono ovviamente contrari al buon inizio di questo viaggio. Ormai è ovvio. Parliamo del parcheggio del Royal Victoria che poi è quello che m’interessa. 

Il parcheggio è sul retro del palazzo e fin qui tutto bene. C’è anche un garage abbastanza ampio che da del punteggio alla soluzione trovata dall’agenzia turistica britannica dalla quale sono stato ingaggiato. C’è un però molto grande, più o meno cosi: PERO’.

Il però sta nel raggiungerlo. Bisogna lasciare il lungarno, passare sotto la temibile telecamera della ZTL. Costeggiare la facoltà di giurisprudenza girare un angolo di 90 gradi a destra, sfiorare i tavoli di un bar sulla sinistra e alcune biciclette parcheggiate sulla destra. Qui si arriva in una piazzetta più grande dove la strada pare finisca contro la vetrina di un alimentari. Invece bisogna infilarsi in una stradina ancora più stretta fra due alti palazzi, giungere in una piazza più grande dove c’è il mercato ortofrutticolo con tutti i banchi, scansare il carretto del fruttivendolo prima di entrare in un altro vicolo che porta dritto al cancello del parcheggio. In questo punto siamo esattamente dietro all’albergo. 

C’è un altro però che potrebbe apparire secondario ma non lo è. Sopra il cancello c’è un arco di pietra presente al mondo molto prima dell’invenzione dei porta-biciclette sui tetti dei furgoni. Quando giungo col mio carico di biciclette fissate sopra mi fermo in mezzo al vicolo, smonto le bici dal tetto (operazione giàincasinata di suo figurasi da solo e con il tetto bagnato) e solo successivamente entro all’interno del parcheggio che altro non è che uno sputo quadrato ricoperto di pietre e cacche di piccione circondato da palazzi antichissimi ed altissimi. Far manovra li dentro significa slogarsi i polsi anche col city.

Una volta dentro metto le bici a misura degli atleti, cambio un paio di pedali ed una sella. Non sono molto esigenti. Salgo in camera saltando i gradini quattro a quattro per cambiarmi. Tempo cinque minuti e sono nuovamente nello sputo di parcheggio. Qui vedo che il cancello è aperto ed un furgone si è piazzato davanti al mio e vuole entrare per consegnare il suo carico. 

Naturalmente il mio general-manager referente locale per l’agenzia britannica ha dimenticato di prenotare il posto all’interno del parcheggio (forse perché costava, non so) e così devo uscire. Ma uscire da qui significa un’altra follia. Fare marcia indietro nel vicolo e arrivare nella piazza dei fruttivendoli girare a destra, e poi un angolo di 90 gradi a sinistra e infilarsi sotto delle volte bassissime da dover abbassare la testa e non capire bene se il furgone ci passerà o no. 

Qui si guadagna il lungarno che al confronto sembra una highway americana. Trovare parcheggio non è affatto facile. Seguo le raccomandazioni del mio superiore: non mettere dove si paga! Naturalmente vado al primo che vedo libero con le strisce blu ma non ho spiccioli. 

Giro a vuoto per cercare qualcuno che potrebbe cambiarmi la mia banconota. Trovo un tabaccaio, gentilissimo per altro: e sì vada bellino! e io se li cambio tutti a te io con che lavoro?!

Parcheggi gratis neanche l’ombra così m’infilo in uno di quelli sotterranei carissimi vicino alla stazione, dove si può pagare con la carta. Avrò girato mezz’ora con quell’elefante color verde ramarro all’interno del traffico pisano. 

Tiro fuori la mia bici, che avevo messo preventivamente dentro al furgone, e tempo cinque minuti netti di volata solitaria sono nuovamente all’albergo.

Trovo gli atleti intenti ad aspettarmi per la partenza del giro. Non sono neanche le dieci di mattina e io sono già stanco morto e sudato. 

-Ma no dai che non sei stanco!- La solare Julie dall’Australia mi sprona a non essere demoralizzato. Forse sì questo viaggio sarà diverso dagli altri, chissà. 

Uscire in bici è la cosa più facile che ci sia. Si va dove si vuole, non ci sono ZTL che ci bloccano, ed anche se ci sono non ci facciamo caso. Non c’è stress fin che non ci sono le auto. 

Per uscire dalla città si pedala su una pista ciclabile, e quando ci lasciamo alle spalle le ultime case si inizia a pedalare al fianco dell’antico acquedotto mediceo, che portava l’acqua direttamente dai Monti Pisani sino al centro città.

Il fondo è di ghiaia e terra, ed assieme alla pioggia di qualche ora prima ha trasformato tutto in una poltiglia grigiastra che si appiccica sui nostri sederi. 

C’è un vento molto forte, ed è piuttosto inusuale per il luogo, però sta spazzando via le nubi che hanno imperversato nella notte e nella prima mattina. 

Uno degli obiettivi di giornata, come lo sarà per tutta la settimana a venire, è quella di fermarsi in qualche pasticceria. Oggi lo facciamo a Calci, dove il fornitissimo banco della Pasticceria Andreoni ci accoglie fra le sue braccia (primo ed unico segnale positivo di giornata).

Il ghiaccio è rotto così al tavolino si inizia a parlare di noi. Tutti sono più sciolti della sera prima, ad eccezione dei due inglesi che non si scioglieranno mai, e se lo faranno non lo daranno a vedere.

Mentre Carol, che ha lontane origini italiane, viene dal North Carolina ed è piena di domande, anche troppe. Fortuna che apprezza molto i dolci. Poco dopo si schianta a terra davanti alla Certosa, era ferma. 

Rientriamo pedalando lungo un argine che ci porta prima a Caprona e poi lungo l’Arno e da lì costeggiamo nuovamente l’antico acquedotto che ci porta direttamente in città. 

Mi fermo sotto la statua di Pietro Leopoldo I davanti alla Scuola Superiore S.Anna. Chiedo un po’ come si sentono e che impressioni hanno. Julie, l’anziana del gruppo è super entusiasta. Jannelle, l’altra australiana pure. Stacey e Charles, la coppia Californiana vuole sapere dove possono andare a mangiare (nuovamente). Paul e Nicolette, una trentatreenne che non si capisce come mai sia finita in una vacanza del genere, non si scuciono, ma sono in ordine con la loro filosofia britannica.

Già da questa prima uscita si sono delineate le caratteristiche del gruppo che mi accompagnerà fino a Firenze. Inizia il viaggio.

CONTINUA…

Stefano Elmi

scrittimaiali

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