“We are one. That’s my belief”

Yahaya Adamson
Yahaya Adamson

“We are one. That’s my belief”. Sembra il ritornello di una canzone dal sottofondo molto reggae, ma in realtà è la frase che pronuncia più spesso Adamson Yahaya, nigeriano di Kanu, musulmano di religione, classe 1992 e ormai conosciuto ai più come Mr. One Love in quel di Fabbriche di Vallico (LU).

“We are all nigerians” questa è la risposta alla domanda se per lui ci sono differenze fra musulmani e cristiani nel suo paese e specialmente nella sua città, che negli ultimi anni è il centro di un vortice infinito di attentati e morte. “Io non credo che siano nigeriani quelli di Boko Haram. La maggior parte di loro vengono da paesi vicini o se non addirittura dall’Asia, per costituire una nazione fondata sulla sharia. Questa non è solo la mia idea, ma quella della gente che ho conosciuto a Kanu. Là andavo a scuola e avevo amici cristiani, vivevamo tutti insieme in maniera tranquilla e pacifica. Anche i miei genitori erano misti. Mio padre era musulmano e mia madre cristiana anglicana. Anche se devo dire che i nonni dalla parte di mio padre non vedevano di buon occhio questa unione, però loro si sposarono lo stesso”

Pelle nera, ma non scurissima. Narici larghe, piccoli riccioli in testa e sguardo gentile. Intorno alla bocca ha alcune cicatrici, uguali a quelle sul braccio. Sono i segni distintivi della sua etnia, Hausa, maggioritaria nello stato settentrionale della Nigeria da cui proviene. Continua a leggere ““We are one. That’s my belief””

10. Giro di Cipro – Il ritorno

10Ma non è finita. Ore 9e30 locali siamo già fuori dall’aeroporto di Pisa a montare le bici per l’ultima tappa. Pisa-Barga. Mia madre mi telefona: prendi il treno che è caldo! Guardo il termometro, sono 35 gradi. Puah! Quasi freddo.

Ritorniamo sulla strada belli baldanzosi e tutti abbronzati. Percorriamo il primo chilometro sulla sinistra, contromano. Rischiamo la vita e finalmente ci accorgiamo che siamo a Pisa così riprendiamo la destra. Siamo gasati e ci aggiriamo col fare di chi torna vincitore da una campagna di guerra. Abbiamo concluso il giro di Cipro, noi! Merde!

Poi succede quello che non ti aspetti. Quello per cui ci eravamo allenati duramente prima di partire, e che abbiamo cercato di ripetere al meglio in corsa, ovvero evitare di essere superati da qualsivoglia ciclista o simile. Ed invece proprio come quelle corse in cui succede tutto all’ultimo giro, accade l’irreparabile.

Una signora anziana, sorrisetto falso con tanto di camicetta a fiorellini blu, gonna sventolante e capello in maxi-piega ci supera a tutta velocità sul cavalcavia della ferrovia con la sua nuovissima, e odiatissima, bicicletta elettrica.

Oriano scoppia in lacrime e urla di ritirarsi per sempre dall’attività. Io mi fermo, lascio la bici, monto sul parapetto per buttarmi sui binari ma un passante mi ferma in tempo. Siamo sconvolti. Come può essere successo? Sembrava fatta, ci siamo distratti per un minuto dopo 15 giorni, e lei ne ha approfittato. E poi chi era lei?

Sarà un duro colpo da digerire questo, più duro di certe cicatrici che rimangono impresse sulla pelle.
Imbocchiamo la strada per Lucca a tutta, saltiamo passaggi a livello chiusi, non ci importa di nulla e siamo molto incazzati. Passiamo Lucca ancora più forte, le mura non le vediamo nemmeno. Superiamo ed abbattiamo branchi di fighetti-gambe-depilate che con le loro bici da corsa super-leggere e super-performanti, tentano di imitare un Cavendish qualunque lungo la fondovalle. Arriviamo a Fornaci, saliamo da  Loppia veramente a tutta, ed oltre. Non siamo stanchi noi. Ci fermeremo soltanto in piazza del comune, dal Marino, a forza di birre e tocchini. Il giro era finito.

FINE

Stefano Elmi

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