Io sto con le capre

Lei lo sa ben che la mia residenza è collocata in luoghi alpestri e strani dove i popoli vivono a polenta, a rozzi cibi poco men dei cani.

E’ l’acqua e l’aria quel che ci sostenta, il fuoco ci riscalda piedi e mani, lassù fiocca la neve anche di maggio dove si fa il nostro pellegrinaggio.[…]

La gioventù che nasce in questo luogo quando che vede che ‘un ci pol campare, quando hanno sedici anni e dico poco fanno il fagotto e lo varcano il mare”

Santino Agostini detto Santino dell’Angeletti (1837-1917, considerato il più versatile poeta autodidatta della montagna barghigiana)

Prendete un lavoro che nessuno più vuol fare. Prendete un luogo in cui nessuno vuol abitare. Prendete degli animali che nessuno vorrebbe tenere. Prendete tutto ciò, oggi, nel 2010, e fatene la vostra vita. Difficile che avvenga. Molti deciderebbero sicuramente per un posto di lavoro al caldo e con poche difficoltà da portarsi appresso.

Giordano Bonaccorsi, invece, coi suoi 22 anni, ha scelto una cosa diversa. Ha scelto di faticare. Ha scelto di lavorare all’aperto. Al freddo quando fa freddo, al caldo quando fa caldo, e di bagnarsi quando piove. Mosso da una grande passione ha deciso di dedicarsi a quello che più lo interessa. Giordano fa il pastore. Ha 15 capre che pascola nei boschi vicino casa sua, a Barga. Non ha orari di sorta, cartellini da timbrare, o giorni di festa. Si alza presto al mattino. Munge. Le porta al pascolo. Le fa rientrare. Prepara il formaggio. Poi nel pomeriggio le fa pascolare di nuovo e alla sera munge nuovamente. Continua a leggere “Io sto con le capre”

Check Lecbir

– Io riparo televisioni! Un lavoro un po’ strano nel deserto… vero? –
– Eh già! Abbastanza strano! –

Questo tipo alto e magro mi si presenta con questa frase all’interno di un piccolo bazar nel campo profughi di Smara (sud-ovest Algeria). Ci mettiamo a chiacchierare in francese. Lui ha studiato ingegneria ad Algeri. Sta seduto a gambe incrociate su un tappeto accanto al proprietario della piccola bottega. Mi metto in ginocchio e subito lui mi pone un piccolo pezzo di cartone sotto le ginocchia. Subito così, sull’istante mi saltano in testa due pensieri. Il primo è che è un gesto dai fini pratici quasi senza senso. Il secondo invece mi fa pensare che racchiude tante altre cose, molto nobili.

Salutiamo il proprietario e mi porta a casa sua a farmi conoscere la sua famiglia, dopo avermi regalato un pacchetto di noccioline della Mauritania, a sentir lui fra le migliori.

Una tenda, che dovrebbe avere il ruolo di soggiorno. Una casetta in mattoni di fango e tetto di lamiera, che è invece la camera da letto. Un’altra casetta con all’interno tutte le tv da riparare, oggi è festa e non lavora. Un’altra piccola casetta che deve essere finita di costruire con gli aiuti dell’Unione Europea. Poco più in là il pannello solare attaccato a due batterie di automobili che si stanno ricaricando per la notte. Queste quattro strutture sono messe in circolo così da formare una specie di cortile, ovviamente sabbioso, in mezzo sta parcheggiata una vecchia Peugeot blu che Check Lecbir, così si chiama, ha acquistato in Mauritania anni fa. Gli chiedo se posso fargli una foto accanto all’auto. Dice di sì e scatto. Continua a leggere “Check Lecbir”

Live in Sarajevo

Mosso dal testo della canzone dei C.S.I. sono andato a vedere che cosa fosse veramente questo famoso “catino”.

Questo luogo di frontiera che avevo sempre visto in televisione quando frequentavo le scuole elementari come qualcosa di già visto, di inevitabile, come il bagnarsi quando piove, o il sudare quando è caldo. Il tutto assimilato nella maniera più distratta possibile all’ora di pranzo o cena al telegiornale. Ricordo anche, sarò stato al terzo o quarto anno, che ci riunirono per decidere cosa potevamo fare noi per loro. Alla fine decidemmo di inviare dei giocattoli. Io portai da casa delle macchine e dei camioncini, quest’ultimi anche discreti, poi impacchettammo tutto negli scatoloni e lo consegnammo al nostro maestro di matematica, già famoso per palpar il sedere alla nostra maestra di storia, che li caricò sulla sua Fiat 126 verde acqua che con il suo sferragliare arrivò fino all’ufficio postale.

Poi più niente o quasi. Scuole medie. Massacro di Srebrenica. Morte. Nazioni Unite immobili. Morte. Bombardamenti Nato. Morte. Eccetera. Morte. Eccetera. Continua a leggere “Live in Sarajevo”

Live in Novoli (FI)

Abito al primo piano di un palazzo molto poco bohemien.
Appena fuori sul pianerottolo senti già l’odore indefinito che caratterizza l’appartamento.
La mia stanza la condivido con uno studente siciliano di Palermo. Studia legge ed è il massimo sospettato per l’indefinibile odore (mai visto farsi una doccia).
La camera è semplicemente squallida. Imbiancata di un bianco sporco. E’ divisa da due armadi che arrivano al soffitto. E sui muri laterali i letti. Il mio e il suo. In un angolo vi sono due tavoli di plastica bianca, di quelli che si usano all’aperto, con sopra il suo computer, il suo subwoofer, il suo stereo, i suoi libri, la sua tv, i suoi capelli, le sue cingomme e tanta, tanta polvere.
E’ da due anni che abita lì, ma sembra invece che vi ci sia appena trasferito.
La poltrona è sfondata, ma se pulita, è molto comoda. Forse è l’oggetto più bohemien dell’intero appartamento. La luce è un faretto da cantiere, avvitato nel muro e puntato in alto. Fa una gran luce. Che dire poi della cucina. La prima volta che ci sono entrato. Simone, il mio compagno di stanza, mi fa: l’ha appena imbiancata Michele (muratore pugliese che vive in una singola nello stesso appartamento) Chissà com’era prima! Faccio io. Colore standard: bianco sporco. Tre sedie. Tutte diverse e tutte scassate. Un tavolo integro, per fortuna. Continua a leggere “Live in Novoli (FI)”